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Un’operazione internazionale coordinata da Interpol ha portato all’arresto di 60 persone e all’identificazione di 65 vittime di abusi sessuali su minori in nove Paesi tra America Centrale, del Nord e Caraibi. Si chiama Operazione Eclipse ed è durata un anno intero.
Un risultato importante, senza dubbio. Eppure, come sempre in queste vicende, emergono domande scomode che vanno ben oltre i numeri.
La maggior parte delle vittime aveva tra i 5 e i 13 anni. L’80% erano bambine.
Un dato che grida l’urgenza di proteggere le più fragili, ma che ricorda anche come la violenza colpisca in modo sistematico e trasversale: familiari, amici, educatori, vicini, predatori online e turisti stranieri. Non esiste un solo profilo di carnefice. Esiste invece un sistema di potere e silenzio che permette a questi abusi di proliferare per anni.
In Panama le autorità hanno finalmente dato un nome a una vittima rimasta per oltre dieci anni nel database di Interpol come “non identificata”. Un cold case risolto grazie alla task force regionale.
In Repubblica Dominicana è stata arrestata persino la madre di due bambine di 10 e 13 anni, accusata di aver facilitato lo sfruttamento insieme a un transnazionale che conviveva con loro. In Costa Rica è emerso l’ennesimo caso di grooming, sextortion e minacce durato più di un decennio.
Questi episodi dimostrano una realtà brutale: gli abusi sessuali sui minori non sono solo atti isolati di depravazione individuale, ma spesso si annidano all’interno di reti di complicità che possono coinvolgere ambienti familiari, istituzionali e transnazionali. E quando le indagini restano ferme per anni, come nel caso panamense, sorge spontanea la domanda: quante altre vittime sono state abbandonate al loro destino per inerzia, sottovalutazione o, peggio, per coprire qualcuno?
L’operazione ha portato anche al riesame di 57 Notice internazionali: 12 persone già localizzate e arrestate. Ma resta il dato più inquietante: dietro ogni vittima identificata oggi ce ne sono probabilmente decine ancora invisibili.
Come ha ricordato Cyril Gout di Interpol, perseguire i casi freddi non è solo questione di giustizia retroattiva: è l’unico modo per interrompere il ciclo continuo di violenza. Parole sacrosante. Eppure la vera sfida rimane quella di passare dalle operazioni spot a una strategia sistematica di prevenzione, protezione delle vittime e smantellamento delle reti di sfruttamento.

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