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Il piano di un rapimento “fallito” fino all’indagine sui patrimoni: Rolex, conti e società usate per reinvestire denaro sporco 

Dietro al sequestro preventivo da oltre un milione di euro eseguito nelle scorse ore dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma, nei confronti di quattro persone legate alla criminalità organizzata romana, tra cui Angelo Senese, c’è molto di più di una palese sproporzione tra redditi dichiarati e il vero patrimonio accumulato. Ci sono anche i legami tra organizzazioni criminali come quella dei Senese con i Di Lauro, ma anche gli ambienti ultrà della capitale e i circuiti della criminalità organizzata.
Il punto di partenza è proprio il clan Di Lauro, l’organizzazione camorristica originaria del quartiere napoletano di Secondigliano. Stiamo parlando del clan nato negli anni ‘80 sotto la guida di Paolo Di Lauro, finito al centro della tristemente nota “faida di Secondigliano”, scoppiata contro le fazioni “ribelli”, altrettanto note con il nome di “Scissionisti”, e che negli anni ha gestito importanti traffici di droga.
Affari criminali ad alto impatto redditizio, che hanno spinto i Di Lauro a vedere nella capitale altre opportunità di investimento, forse anche migliori di quelle condotte a Napoli. Roma, per certi aspetti, è apparsa al clan di Secondigliano come una realtà meno “rigida”. Perfetta per investire, riciclare e gestire altri traffici di droga, con ulteriori entrate di denaro.
Il clan ci riesce benissimo. Così bene che i Di Lauro si trovano praticamente in cima alla catena decisionale del crimine romano.
Ed è proprio a Roma che ha inizio questa vicenda, finita, appunto, con il sequestro ai boss del clan Senese.
I Di Lauro, a Roma, non agiscono direttamente. Si appoggiano ad altre figure ben inserite nell’ambiente capitolino. Lo fanno anche quando hanno un “problema” da risolvere. In questo caso, il problema dei Di Lauro ha un nome: si chiama Daniele Salvatori, mentre la soluzione è quella rappresentata dai Senese: l’area criminale romana riconducibile ad Angelo Senese e alla rete costruita dal fratello Michele Senese.
Daniele Salvatori è un pregiudicato romano. Secondo le autorità, sarebbe a capo di una banda criminale che opera in zona Cinecittà. Ma per i Di Lauro è anche colui che avrebbe sconfinato, e non dal punto di vista territoriale. Per il clan di Secondigliano, Salvatori avrebbe utilizzato il loro nome per estorcere denaro. Lo avrebbe fatto in totale autonomia e senza alcuna autorizzazione del clan campano, motivo per il quale decidono che Salvatori andava “sistemato”. Per farlo si rivolgono ai Senese, che a loro volta hanno molti contatti: personaggi che conoscono bene il territorio e hanno diversi uomini a loro disposizione. Tra questi c’è anche una figura legata agli ambienti ultrà: Ettore Abramo.
A sua volta Abramo non agisce da solo, ma con altri intermediari. Tra questi ci sono anche i fratelli Alvise Cobianchi e Leopoldo Cobianchi: entrambi pregiudicati, entrambi legati agli ambienti ultras della Lazio, entrambi hanno stretto rapporti con gli ambienti riconducibili a Fabrizio Piscitelli, il leader ultrà noto anche come Diabolik, ucciso nel 2019. 
È all’interno di questa struttura a cascata che, nel 2023, dall’idea di “dover fare qualcosa” contro Salvatori, imposta dai Di Lauro, nasce il progetto di rapire Daniele Salvatori. E, nella ricostruzione degli inquirenti, i fratelli Cobianchi erano tra quelli che avrebbero dovuto eseguire il rapimento. L’idea è attirarlo fuori casa con un pretesto, portarlo a Roma e tenerlo sequestrato per metterlo a disposizione del clan e stabilire gerarchie e “regole” del territorio. 
Peccato che il piano di rapire Salvatori salti all’ultimo momento per un imprevisto: la polizia arriva prima e arresta Salvatori.
Ma è dopo aver bloccato l’azione dei fratelli Cobianchi che gli investigatori, dopo aver ricostruito il percorso gerarchico criminale dal quale era partito l’ordine, provano a capire con quali soldi e con quale sistema vivevano queste stesse persone. Quello che trovano è una sproporzione clamorosa: redditi quasi inesistenti, ma Rolex, Cartier, conti e cassette di sicurezza. Ecco come si è arrivati al sequestro preventivo da oltre un milione di euro.
Il caso di Ettore Abramo, ad esempio, appare piuttosto evidente: i suoi redditi dichiarati sembrano essere vicini allo zero, ma in casa aveva una collezione di orologi dal valore quantomeno importante: sei Rolex, due Cartier e un Audemars Piguet. Per comprendere meglio, basti pensare che il valore di un Rolex o di un Cartier oscilla tra i 10 mila e i 20 mila euro, mentre quello di un Audemars Piguet può partire da 25-30 mila euro a salire. Insomma, una forbice realistica del valore complessivo degli orologi sequestrati ad Abramo che potrebbe aggirarsi tra i 100 mila e i 200 mila euro, a fronte di un reddito dichiarato quasi nullo.
Ad ogni modo, gli inquirenti sospettano che proprio questi orologi possano far parte della contesa con Salvatori, che, attraverso il nome dei Di Lauro, avrebbe, senza autorizzazione, estorto denaro e beni di valore.
Circostanza analoga anche per Angelo Senese: redditi ufficiali bassissimi per anni, ma disponibilità economiche incompatibili con il suo stile di vita. È così che anche per Senese scatta il sequestro di beni di lusso e conti correnti incompatibili con un reddito dichiarato che non arriva nemmeno a quello di un operaio.
L’altro dato che emerge dalle indagini, e che va ben oltre l’aspetto economico, riguarda le relazioni. Le indagini hanno dimostrato infatti che la Camorra napoletana, la criminalità romana e una parte del tifo organizzato siano profondamente legati tra loro. In particolare, un segmento degli ultrà non sarebbe una semplice realtà da tifoseria, ma una rete organizzata che può essere utile per mantenere e favorire il controllo del territorio, quindi lo spaccio di droga e la gestione della violenza.
Insomma, un vero e proprio sistema fatto di persone, alcune note, altre meno.
Già prima del sequestro da oltre un milione di euro eseguito nelle scorse ore dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma, il nome di Angelo Senese era tornato al centro delle cronache in relazione alla vicenda che ha coinvolto l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro.
A fare da collegamento tra i due è la figura di Mauro Caroccia, che - secondo gli investigatori - avrebbe svolto il ruolo di prestanome per Senese. L’obiettivo, sempre secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia di Roma, sarebbe stato quello di utilizzare il suo nome in diverse attività commerciali per reinvestire proventi derivanti da attività illecite, tra cui droga ed estorsioni.
Tra queste attività figura anche un ristorante gestito dalla società “Le 5 Forchette”, nella quale Delmastro ha detenuto una quota. Nella stessa società, secondo gli inquirenti, Mauro Caroccia e la figlia Miriam avrebbero trasferito e reinvestito capitali ritenuti di origine illecita riconducibili al contesto del clan Senese.

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