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"È un dolore vedere come a volte si calpestano dignità, libertà, democrazia, e trasparenza di cui il Paese ha bisogno". Con queste parole Luigi Ciotti interviene sul caso che coinvolge esponenti piemontesi di Fratelli d'Italia legati alla società "Le 5 Forchette srl", riconducibile a Mauro Caroccia, condannato come prestanome del clan Senese. Una vicenda che, sottolinea, provoca "sofferenza per la democrazia, così viene inquinata".
Le sue parole arrivano dalla Sala Rossa di Palazzo Civico di Torino, durante la cerimonia in cui la città gli conferisce il sigillo civico. Il riferimento è diretto alla vicenda che ha coinvolto l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e l’ex vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino, dimessasi il giorno precedente. In questo contesto, Ciotti richiama tutti a una responsabilità condivisa: "Chiediamo alle istituzioni di prendersi le loro responsabilità, ma dobbiamo farlo anche noi cittadini: sono troppi cittadini a intermittenza, siamo tutti più attenti e responsabili".
Tra i presenti figurano rappresentanti delle istituzioni, della magistratura e del mondo civile, mentre il sindaco Stefano Lo Russo motiva il conferimento del sigillo civico spiegando: "Celebriamo non solo una persona, ma il simbolo di un percorso collettivo fatto di coraggio, responsabilità e speranza. Celebriamo un'idea forte e concreta di comunità, fondata su legalità e giustizia sociale".
Nel suo intervento, il sindaco insiste su un punto centrale: "Non sono solo quelle che sparano e colpiscono in modo eclatante. Esistono mafie più silenziose, quelle dei colletti bianchi, che non fanno rumore ma agiscono come parassiti che prosperano nel malaffare. E noi non possiamo girarci dall'altra parte". Un messaggio che si traduce anche in un richiamo diretto all’azione amministrativa: "Come amministratori, siamo chiamati ogni giorno a vigilare, scegliere, costruire contesti trasparenti, difendere il bene comune con atti concreti".
Visibilmente emozionato, Ciotti accoglie il riconoscimento con umiltà: "Molto imbarazzo, non me lo merito. Ma ho la certezza che voi non diate questo riconoscimento a me, ma a tutti quelli che hanno lavorato con me. Nessuno è un navigatore solitario, siamo tutti piccoli e fragili: è col noi che si vince". Da qui ripercorre le tappe di un impegno collettivo che ha segnato decenni di storia sociale, a partire dalla nascita del Gruppo Abele nel 1965 e dalle prime battaglie contro la droga: "Quella tenda bucata in piazza Solferino dove abbiamo sfatto lo sciopero della fame per avere la legge da cui sono nati i Sert". "Quando abbiamo iniziato le droghe chimiche erano tre - spiega - era appena arrivata la cocaina. Oggi sono quasi mille e affrontiamo l'emergenza crack".
Il pensiero finale è rivolto ai più giovani e a chi arriva da lontano: "Ragazzi, specie ai tanti adolescenti che arrivano a Torino da lontano. Sono disorientati, a volte etichettati, e affrontano un percorso di fatica. Noi, tutti, dobbiamo fare in modo di accoglierli. Nessuno si deve sentire ‘torinese a metà’. Ringrazio io Torino perché mi ha accolto quando a 5 anni sono arrivato qui dalle Dolomiti. Dormivo nel cantiere dove lavorava mio padre: oggi è il Politecnico. Torino non smetta mai di accogliere, senza pregiudizi, chi ha bisogno".

Foto © Imagoeconomica

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