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Secondo gli investigatori, non si trattava di un semplice ordigno ma di un piano articolato: due bombe pensate per esplodere in sequenza, con una logica precisa. La prima, di dimensioni ridotte, avrebbe avuto il compito di richiamare l’intervento delle forze dell’ordine; la seconda, più potente, sarebbe entrata in azione successivamente con effetti potenzialmente letali. È questa la convinzione maturata a una settimana dal ritrovamento dei corpi degli anarchici Alessandro Mercogliano, 53 anni, e Sara Ardizzone, 35, morti all’interno del casale del Sellaretto, nel Parco degli Acquedotti.
L’ipotesi investigativa individua come possibile obiettivo il polo tuscolano della polizia, struttura che ospita diverse articolazioni investigative, tra cui l’antiterrorismo, situata a meno di un chilometro dal casale e raggiungibile a piedi attraversando i campi. Tuttavia, il progetto non è mai stato portato a termine: i due “compagni” sono morti prima che potesse essere realizzato.
Nel frattempo, si attendono le decisioni dell’autorità giudiziaria anche per le esequie. La madre di Sara Ardizzone ha previsto i funerali nella chiesa di Santa Teresa d’Avila, in corso d’Italia, con celebrazione affidata a padre Roberto, ma sarà il pubblico ministero a dover autorizzare la restituzione della salma, che risultava ancora presso Tor Vergata. La comunità anarchica ha annunciato un ultimo saluto al cimitero Flaminio e aveva promosso per domenica un presidio davanti al casale, con deposizione di fiori. L’iniziativa è stata però vietata dal questore Roberto Massucci, poiché l’area resta sotto sequestro e interdetta al pubblico mentre proseguono le indagini.
Gli elementi raccolti all’interno del casale hanno orientato gli investigatori della Digos di Roma verso la pista della cosiddetta “bomba trappola”. Tra i materiali rinvenuti figurano flaconi di fertilizzante contenente nitrato d’ammonio e una scatola di chiodi, componenti tipici di ordigni artigianali progettati per aumentare la capacità offensiva. La tecnica ipotizzata non è nuova e trova riscontro in precedenti inchieste.
Un riferimento significativo emerge dagli atti dell’indagine “Scripta Manent”, condotta dalla Digos di Torino sulla Federazione anarchica informale, nella quale lo stesso Mercogliano era stato coinvolto, salvo poi essere assolto. In una intercettazione riportata nelle carte, Danilo Cremonese e Valentina Speziale (anche lei assolta) descrivono chiaramente il meccanismo: “A Genova; c‘è una tecnica che si usa da una vita, quella della trappola: cioè tu ne metti due di cose, una prima, gli sbirri arrivano, poi un’altra grossa per accoppare gli sbirri. Cioè l’hanno fatto tante volte, più o meno ci vanno coi piedi di piombo”.
Anche il sistema di innesco individuato rientra in schemi già noti. Il timer utilizzato, un modello Theben dal costo contenuto, è stato impiegato in passato in diversi attentati: dal tribunale di Viterbo nel 2004, all’ordigno collocato nel 2005 nel parco che ospita la sede del Ris di Parma, fino a episodi più recenti come quello del 2018 contro la sede della Lega tra Villorba e Treviso. In quel caso, dopo una rivendicazione anarchica online, la polizia intervenne trovando un secondo ordigno inesploso, costruito con chiodi e frammenti metallici, caratteristiche analoghe a quelle del dispositivo che Mercogliano e Ardizzone stavano preparando.

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