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Una vasta operazione antidroga ha portato all’esecuzione di 12 misure cautelari — 8 in carcere e 4 agli arresti domiciliari — nei confronti di cittadini italiani, albanesi e marocchini ritenuti parte di un’organizzazione criminale armata e attiva a livello transnazionale. L’indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Ancona, è stata condotta dagli investigatori della Polizia di Stato — S.I.S.C.O. di Ancona, Servizio Centrale Operativo e Squadra Mobile di Macerata — e ha incluso anche 10 perquisizioni.
Al centro dell’inchiesta un sistema strutturato e altamente organizzato che avrebbe immesso tonnellate di droga nel territorio delle Marche, sfruttando canali digitali per la distribuzione. L’associazione, nota come "La sacra famiglia", aveva infatti costruito un vero e proprio shop online sulle piattaforme di messaggistica istantanea, attraverso il quale era possibile acquistare hashish, marijuana e cocaina da tutta Italia, scegliendo qualità e quantità.
Prima di poter accedere all’acquisto, però, i clienti dovevano superare un rigido sistema di verifica imposto dall’organizzazione: era richiesto l’invio di una copia fronte-retro del documento d’identità, uno screenshot del profilo Instagram e un selfie con il documento in mano. Solo dopo questa procedura si poteva procedere con l’ordine, selezionando anche la modalità di consegna: a domicilio, con un sovrapprezzo, oppure tramite la formula del "meet up", in cui era il gruppo a stabilire il luogo dello scambio senza costi aggiuntivi. Dopo la consegna, gli acquirenti potevano persino lasciare recensioni sulla qualità della sostanza e sull’efficienza del servizio.
Secondo quanto emerso, l’organizzazione aveva raggiunto una posizione dominante nel traffico di droga nelle Marche, garantendo consegne quotidiane in tutte le province. Il volume mensile documentato è impressionante: tra i 150 e i 200 kg di hashish e marijuana e tra i 30 e i 40 kg di cocaina. Un risultato reso possibile sia dai contatti diretti con i fornitori, soprattutto nel sud della Spagna, sia da una precisa strategia interna che prevedeva la divisione tra vendita all’ingrosso — tramite un gruppo dedicato a quantitativi superiori al chilogrammo — e distribuzione al dettaglio attraverso i cosiddetti "point", vere e proprie filiali sul modello del franchising.
Questi punti operativi, individuati a Sant’Elpidio a Mare, Fano e Grottammare, hanno consentito al gruppo di controllare gran parte del mercato regionale. Nel corso delle indagini, inoltre, l’organizzazione aveva trasferito la propria base operativa in Spagna, mantenendo però una struttura gerarchica rigida e ben definita.
Al vertice vi era un 28enne italiano, originario della provincia di Macerata e già noto alle forze dell’ordine, considerato l’ideatore del sistema di vendita online e il principale decisore. All’interno del gruppo era chiamato "Padre", un riferimento sia al ruolo di capo sia al personaggio de "Il Padrino", coerente con il nickname "The god father" utilizzato sui social. Era lui a gestire i rapporti con i fornitori — sia spagnoli sia italiani, in particolare nell’area di Roma - Tor Bella Monaca e con famiglie pugliesi e calabresi — oltre a stabilire compensi, impartire ordini e, in alcuni casi, disporre ritorsioni violente.
In un episodio, dopo aver organizzato una grossa consegna a Bari, "Padre" aveva imposto la presenza nelle Marche di un rappresentante del gruppo pugliese come garanzia. L’operazione però fallì: i suoi uomini vennero rapinati a mano armata e costretti a fuggire lasciando il carico. Informato dell’accaduto, il capo tentò di vendicarsi, ma il giovane pugliese riuscì a salvarsi gettandosi da un’auto in corsa sull’autostrada nei pressi di San Benedetto del Tronto, venendo poi soccorso da un camionista. In un altro caso, "Padre" avrebbe persino proposto di uccidere il cane di un affiliato ritenuto infedele, suggerendo l’uso di una polpetta con chiodi nascosti all’interno.
Subito sotto di lui operavano tre giovani italiani, tra i 23 e i 27 anni, apparentemente insospettabili, con compiti organizzativi e contabili: gestivano corrieri e magazzinieri, pianificavano le consegne e raccoglievano i proventi. Alla base della struttura vi erano invece i corrieri — incaricati di effettuare fino a dieci consegne al giorno — e i magazzinieri, responsabili dello stoccaggio della droga in appartamenti e garage. I primi guadagnavano circa 150 euro al giorno più rimborsi, mentre i secondi percepivano uno stipendio mensile di 2500 euro.
L’attività investigativa, sviluppata attraverso intercettazioni telefoniche, ambientali e sistemi di videosorveglianza, si è avvalsa anche dell’impiego di due agenti sotto copertura del Servizio Centrale Operativo. Nel corso dell’indagine sono state arrestate 13 persone tra corrieri, magazzinieri e figure di vertice, e sequestrati 204 kg di hashish, 5 kg di cocaina e due pistole.
All’operazione hanno partecipato anche le SISCO di Bologna, Brescia, L’Aquila e Venezia, insieme alle Squadre Mobili di Ancona, Ascoli Piceno, Fermo e Pesaro e ai Reparti Prevenzione Crimine di diverse regioni, tra cui Abruzzo, Lazio, Toscana, Reggio Emilia e Umbria-Marche.

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