L’Anac certifica le criticità: opera modificata, oneri triplicati e limiti fuori soglia
Per il Ponte sullo Stretto, così com’è oggi, serve una nuova gara. È questo ciò che è emerso durante la recente audizione al Senato, con il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Giuseppe Busia, che ha messo il timbro su un nodo che era rimasto sospeso tra tecnicismi e dichiarazioni politiche. Non è altro che il cuore del problema. Questo perché negli ultimi anni il progetto è cambiato profondamente, nei costi e nella struttura finanziaria, fino a diventare interamente pubblico. Infatti, le cifre raccontano da sole la traiettoria: dai circa 4 miliardi iniziali si è arrivati a oltre 13 miliadi, con margini che, secondo l’Anac, potrebbero essere già al limite delle soglie consentite. E non è tutto. Busia ha sollevato anche un altro tema, meno tecnico ma forse ancora più concreto: un’opera di queste dimensioni rischia di attirare interessi criminali, rendendo necessario un sistema di controlli molto più rigido.
Eppure, mentre a Roma si discute di norme europee e procedure, a chilometri di distanza c’è un territorio che vive questa vicenda in modo molto più diretto e molto meno teorico.
È il caso di Torrefaro, sulla punta nord-orientale della Sicilia, che - come ha raccontato pochi giorni fa “Presa Diretta” - è anche il posto che ospita un panorama straordinario, con il suo mare che si apre verso la Calabria; a tal punto che nel 2022 è stato indicato dal National Geographic come uno dei panorami più belli d’Italia. Proprio su quel territorio, sono circa trecento le abitazioni che rischiano di essere espropriate per fare spazio al Ponte. Ma il punto non è nemmeno questo, almeno non ancora. Perché gli espropri non sono mai partiti. Non c’è un atto formale, una comunicazione ufficiale. C’è solo un vincolo, che basta a cambiare tutto. Soprattutto nelle vite di quelle persone che quel territorio lo vivono. Il valore delle case è sceso, con il mercato che ha subito una forte stagnazione, così come ogni decisione e pianificazione futura da parte dei cittadini di Torrefaro: nessuno ristruttura, nessuno investe, appunto, nessuno pianifica. È una vera e propria paralisi silenziosa, che dura ormai da anni.
Chi vive lì lo ha raccontato ai microfoni di “Presa Diretta” con straordinaria lucidità, spiegando che ciò che si prova non è preoccupazione, è rabbia.
Tra rilanci politici e bocciature tecniche
Il paradosso è che, mentre sul territorio tutto resta sospeso, sul piano istituzionale il progetto continua a essere rilanciato. Salvo poi scontrarsi con ostacoli sempre più evidenti. L’ultimo, prima dell’intervento dell’Anac, è arrivato nell’ottobre 2025, quando la Corte dei Conti ha negato il visto di legittimità.
Una vera e propria bocciatura che nei fatti ha toccato due punti centrali: le regole sugli appalti e l’impatto ambientale.
Sul primo fronte, il problema è esattamente quello che oggi viene certificato con le parole di Busia. Il progetto è stato riattivato senza una nuova gara, nonostante le modifiche sostanziali, mentre il modello economico è cambiato radicalmente: da un sistema in cui il rischio era condiviso tra pubblico e privato a uno in cui lo Stato si fa carico dell’intero investimento. Parliamo di una trasformazione che, secondo le norme europee, avrebbe richiesto di ripartire da zero. Invece si è scelto di recuperare i vecchi contratti, riaffidando tutto allo stesso soggetto che aveva vinto nel 2004.
Nel frattempo, i costi sono aumentati in maniera esponenziale. E qui il problema non è solo quanto si spende, ma come si arriva a quelle cifre.
Non a caso, quando il governo ha deciso di riattivare il progetto nel 2023, il mercato ha reagito immediatamente. Il titolo di Webuild, la società coinvolta nel progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, nonché principale azionista e capofila del consorzio Eurolink, è salito in modo significativo nel giro di pochissimi giorni. Un fatto acclarato, che restituisce l’immagine di un’operazione che produce effetti concreti ancora prima di posare la prima pietra.
Il secondo fronte è invece quello ambientale. Lo Stretto di Messina non è solo un passaggio geografico, ma anche uno degli snodi migratori più importanti al mondo. Milioni di uccelli lo attraversano ogni anno, seguendo una rotta che collega Europa e Africa. Stiamo parlando di un equilibrio molto fragile, costruito su condizioni naturali precise, che potrebbe essere compromesso in modo irreversibile con la costruzione del Ponte.
L’area interessata dal progetto rientra infatti nella rete “Natura 2000”, un sistema di protezione europeo che tutela habitat e specie particolarmente sensibili. E secondo la Corte dei Conti, il progetto del ponte non ha fornito nessuna valutazione adeguata delle alternative possibili. Il punto è che la normativa comunitaria consente interventi in queste aree solo in assenza di soluzioni alternative e in presenza di un interesse pubblico “imperante”. Due condizioni che, allo stato attuale, ancora non risultano dimostrate.
Oltretutto, anche gli ambientalisti parlano di un impatto che non sarebbe solo significativo, ma irreversibile, arrivando a impattare in maniera drammatica su rotte migratorie millenarie, con effetti difficili da quantificare in termini di danni agli equilibri.
Un’opera ad alto rischio infiltrazioni
In ultimo, e non certo per importanza, c’è anche la questione legata alla criminalità organizzata. Questo perché il Ponte sullo Stretto non è solo un’opera ingegneristica, né soltanto un dossier giuridico o ambientale. È, prima di tutto, una massa enorme di denaro pubblico. E dove si concentrano miliardi, la storia italiana insegna che gli interessi non restano mai neutrali, soprattutto quelli della mafia. Stiamo parlando infatti di un’opera che, proprio per la sua dimensione, rischia di trasformarsi in un’occasione straordinaria per il riciclaggio di capitali illeciti. Non un rischio ipotetico, ma una dinamica già vista, studiata e documentata. A confermarlo diversi mesi fa sono stati anche i vertici della Direzione Investigativa Antimafia, che hanno segnalato come le cosche calabresi e siciliane siano già pronte a intercettare appalti e subappalti legati alla realizzazione dell’opera.
Non parliamo solamente di appalti diretti, ma di tutto ciò che ruota attorno: forniture, logistica, gestione dei rifiuti, movimento terra, acquisizione di terreni. Proprio su questo fronte sono emersi elementi che rafforzano le preoccupazioni. Alcune aree interessate dai lavori, in Calabria, risultano riconducibili a familiari di storiche cosche locali, come quella dei Mancuso. Si tratta di terreni acquistati negli anni e potenzialmente destinati a essere coinvolti, direttamente o indirettamente, nelle fasi operative del progetto.
Foto © Imagoeconomica
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