Intervista al professor Vincenzo Musacchio docente di strategie di contrasto al crimine organizzato negli Stati Uniti
Professore, partiamo subito da una domanda diretta: l'etica pubblica è diversa dalla giustizia penale?
Assolutamente sì. Mentre la giustizia penale si occupa di ciò che è "reato", l'etica pubblica si occupa di ciò che è "opportuno". In politica, non basta essere innocenti fino a prova contraria ma occorre apparire inattaccabili per proteggere il prestigio dell'istituzione che si rappresenta.
Andrea Delmastro si è dimesso dalla sua carica, finito sotto i riflettori per il caso Cospito, condannato in primo grado per rivelazione di segreto d'ufficio per aver passato informazioni sensibili al collega Donzelli e per presunti contatti con ambienti vicini alla mafia. Al di là dell'esito processuale, che segnale dà questo comportamento sul piano dell'antimafia?
Avere informazioni che riguardano i colloqui tra boss e terroristi richiede una riservatezza sacrale. I contatti presunti con ambienti mafiosi, inoltre, sono un fatto molto grave. Questi fatti messi insieme rischiano di svilire la funzione del ministero della Giustizia. L'etica qui imporrebbe di separare il ruolo di "militante di partito" da quello di "uomo di Stato". Se il confine sfuma, la lotta alla mafia perde la sua aura di neutralità e di efficacia.
Passiamo a Chiara Colosimo. La sua elezione alla presidenza dell'Antimafia è stata duramente contestata dalle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi, a causa di una presunta vicinanza passata con Luigi Ciavardini (ex NAR). Lei si è difesa parlando di rapporti di natura istituzionale legati al mondo carcerario. È sufficiente come spiegazione?
Rosario Livatino ci ha insegnato che oltre ad essere in questi ruoli istituzionali occorre anche apparire. Siamo di fronte a un terreno molto franoso. La Commissione Antimafia è l'organo che deve indagare sulle zone d'ombra tra Stato, criminalità organizzata ed eversione. Anche se non ci fosse alcun reato, la "percezione di vicinanza" a figure condannate per terrorismo nero crea un corto circuito empatico con le vittime. In questo caso, l'etica politica dovrebbe suggerire una scelta di profili meno divisivi per garantire a quell'organismo un'autorità morale indiscussa sin dal primo giorno di operatività.
Perché secondo lei, in simili circostanze, la politica fatica a riconoscere il valore del "passo di lato"?
Perché oggi la politica vive di egocentrismo. Ammettere un errore di opportunità è percepito come una resa all'avversario. L'antimafia, tuttavia, non può assolutamente essere un terreno di scontro elettorale. Ne va della nostra democrazia e della lotta alla mafia. Se si trasforma l'antimafia in un ufficio di propaganda o in un fortino di parte, si finisce per fare un favore involontario proprio a chi si vorrebbe combattere: i clan, che prosperano quando le istituzioni perdono credibilità.
Resta da capire se le istituzioni sapranno ritrovare quel rigore che, come diceva Borsellino, dovrebbe rendere i politici non solo onesti, ma "al di sopra di ogni sospetto". L’insegnamento del magistrato palermitano secondo lei è stato percepito?
Nel celebre intervento di giugno 1992 Paolo Borsellino (ai cui dice di ispirarsi il premier Giorgia Meloni) denunciò il rapporto tra mafia e politica, affermando che i partiti dovrebbero "fare pulizia" interna. Sottolineò che la mafia non si combattesse solo con le condanne, ma anche allontanando politici sospettati di contiguità mafiose. I politici non devono solo essere onesti, ma "apparire onesti", separandosi dai contatti mafiosi, senza aspettare la sentenza definitiva. Borsellino spiegò che anche se una "vicinanza" non costituisse reato, renderebbe comunque il politico inaffidabile nella gestione della “cosa pubblica”. Condividendo in pieno il suo pensiero sono fermamente convinto che la vera lotta alla mafia passi obbligatoriamente anche attraverso l'etica della classe dirigente di uno Stato. Il conflitto tra etica e politica oggi è quanto mai attuale.
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