Da febbraio il brand è sotto amministrazione giudiziaria per i legami con questa filiera
La Procura di Prato, guidata dal procuratore Luca Tescaroli, ha disposto misure cautelari nei confronti di quattro cittadini cinesi, accusati di aver gestito un sistema di caporalato legato alla produzione di abbigliamento. Si tratta di un traguardo che arriva a seguito di un’indagine molto più ampia che punta a smontare un meccanismo ormai radicato sul territorio pratese.
Secondo gli inquirenti, gli indagati avrebbero costruito il proprio profitto imponendo condizioni di lavoro estreme: turni massacranti, fino a sedici ore al giorno, senza pause settimanali, con operai costretti a vivere e lavorare nello stesso spazio. Un modello produttivo che puntava al profitto attraverso la compressione estrema dei costi, riducendoli ben oltre il minimo, portando, in questo modo, i prezzi dei capi d’abbigliamento a livelli altamente competitivi. Una strategia commerciale, il cui peso, ovviamente, gravava tutto sulle spalle dei lavoratori.
Al centro dell’inchiesta è finito un intero nucleo familiare. Il presunto regista del sistema, un uomo di 53 anni considerato il titolare di fatto di due aziende, è stato posto agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Per gli altri membri della famiglia sono state disposte misure meno restrittive come il divieto di soggiorno nella provincia di Prato e lo stop temporaneo all’attività imprenditoriale.
Le indagini, condotte con il supporto della Guardia di Finanza, della polizia municipale e dei servizi sanitari territoriali, hanno ricostruito una rete commerciale molto ampia e ben strutturata. Tra i clienti figura anche “Piazza Italia”, marchio noto della distribuzione di abbigliamento, che secondo la Procura avrebbe esternalizzato parte della produzione proprio a queste aziende per diversi anni. Sarebbe stato proprio questo elemento a portare, già nei mesi scorsi, a una decisione pesante: l’amministrazione giudiziaria della società titolare del brand. Una misura che non colpisce direttamente per sfruttamento, ma per aver tratto vantaggio da una filiera produttiva basata su pratiche illegali.
Insomma, la strategia della Procura sembra chiara: non limitarsi a colpire chi sfrutta materialmente i lavoratori, ma risalire lungo la catena fino a chi beneficia di quei costi artificialmente bassi. Questo, anche perché il vero motore del sistema non è solo chi impone turni disumani, ma anche chi accetta - o finge di non vedere - pur di ottenere margini di guadagno enormi, stimati fino al 300 per cento rispetto ai costi reali di produzione.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
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