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Viaggi all’estero e video in Iraq con Kalashnikov e lanciarazzi: una vetrina che rafforza il controllo su Calolziocorte

Evidentemente, al trapper Baby Gang non sono bastati i procedimenti giudiziari del passato. Il cantante Zaccaria Mouhib, in arte “Baby Gang”, è stato arrestato nuovamente nella notte tra il 16 e il 17 marzo, al termine di un’operazione dei Carabinieri ampia e decisamente visibile. Insieme a Mouhib sono finite coinvolte altre persone del suo entourage, accusate a vario titolo di reati che compongono un quadro pesante, fatto di armi, rapine, sequestri e violenze.

L’indagine, iniziata mesi fa, ha progressivamente ricostruito un sistema che - secondo gli inquirenti - andava ben oltre la dimensione artistica. Il gruppo che ruota attorno a Baby Gang è infatti apparso, secondo gli inquirenti, come una struttura organizzata, radicata nel territorio, con dinamiche che ricordano più un sodalizio criminale che una semplice band musicale.

In questo caso, il territorio è quello di Calolziocorte, in provincia di Lecco, dove l’intero quartiere ha adottato l’acronimo NPT, “No Parla Tanto”. Un acronimo che, oltre a richiamare l’ambiente musicale e l’etichetta legata al trapper, non appare certamente come un invito alla trasparenza. Oltretutto, parliamo di un acronimo che non si è limitato a rimanere uno slogan infelice, ma è riuscito ad andare ben oltre, trasformando quello che appare come una sorta di codice omertoso in una vera e propria indicazione geografica, con tanto di coordinate su Google Maps. Circostanza che ha trasformato un’area urbana che richiama al silenzio criminale in una piattaforma che, considerando la sua natura, dovrebbe mostrare etichette del tipo “posto tranquillo, parcheggio facile” e così via.


npt baby gang op

Tornando alle indagini, gli investigatori hanno spiegato che si sarebbe consolidato un clima di controllo e omertà, rafforzato anche da una rete di fiancheggiatori. Al centro di questa rete ci sarebbe stata proprio l’abitazione di Baby Gang, presto diventata una sorta di fortino del crimine, quasi un centro operativo, pericoloso persino da avvicinare.

Uno dei casi che lo hanno dimostrato in passato è avvenuto nel giugno 2025, quando tre uomini di nazionalità rumena, completamente estranei alle vicende del posto, sono stati scambiati per ladri, circondati e successivamente portati sul tetto dell’abitazione e picchiati. Il tutto ripreso e poi diffuso sui social.

A questo quadro si aggiunge anche il capitolo dei maltrattamenti nei confronti della compagna di Baby Gang. La fidanzata di Zaccaria Mouhib, secondo l’accusa, per anni avrebbe subito violenze da parte del trapper. Non solo aggressioni fisiche, documentate da intercettazioni e riscontri medici, ma anche un progressivo isolamento e una pressione psicologica costante. In pratica, un contesto di controllo continuo, in cui la donna sarebbe stata costretta ad abbandonare il lavoro per dedicarsi esclusivamente alla gestione domestica. Le indagini hanno restituito anche il linguaggio e il clima di quella relazione: “tu non hai neanche il diritto di parola”, le avrebbe detto, arrivando in più occasioni a colpirla fino a provocarle la frattura del setto nasale. Violenze che sarebbero scattate anche per motivi banali, come non avergli preparato la colazione. La donna sarebbe stata inoltre costretta a cancellarsi dai social e a ridurre progressivamente ogni contatto con l’esterno. Tra le numerose vessazioni e forme di controllo che sfiorano l’umiliazione: le avrebbe persino imposto di tenere i propri vestiti chiusi all’interno di sacchi, così da lasciare più spazio nel guardaroba per lui.

Poi ci sono le armi: pistole rubate e armi da guerra funzionanti. L’inchiesta prende avvio proprio dalla cessione di due pistole, poi risultate rubate e già utilizzate in precedenti sparatorie a Milano, come confermato dagli accertamenti balistici dei RIS. Dalle intercettazioni è emerso come il trapper considerasse la propria abitazione un vero e proprio deposito di armamenti, con la disponibilità anche di un fucile d’assalto tipo AK-47 e di una pistola mitragliatrice Skorpion. In un video trovato sul suo cellulare, lo si vede anche sparare con un Kalashnikov.

Mouhib era già sottoposto a sorveglianza speciale e avrebbe dovuto attenersi a precisi obblighi e limitazioni. Prescrizioni che, secondo i magistrati, sarebbero state sistematicamente ignorate. Le intercettazioni hanno documentato anche viaggi e spostamenti non autorizzati all’estero, tra cui uno in Iraq, dove il trapper sarebbe arrivato passando dalla Svizzera e dal Medio Oriente. Lì avrebbe girato video maneggiando armi da guerra, dai Kalashnikov fino a lanciarazzi, alimentando ulteriormente la sovrapposizione tra immagine pubblica e realtà investigativa. 

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