Dalle parole di Franco Zaffini alle polemiche su Bartolozzi e Matone: cresce il clima di tensione contro la magistratura
È un linguaggio sempre più aggressivo quello che una parte della destra di governo sta portando avanti nel pieno della campagna per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026. Un linguaggio che attacca sempre più spesso la magistratura, arrivando anche a usare immagini estreme, offensive e politicamente pesanti.
L’ultimo episodio è arrivato con le dichiarazioni del senatore di Fratelli d’Italia Franco Zaffini (in foto), presidente della commissione Sanità e Lavoro, che durante un convegno per il Sì a Terni ha paragonato il finire sotto inchiesta o davanti ai pubblici ministeri a una diagnosi di cancro, sostenendo - riferendosi alle parole pronunciate da Giusi Bartolozzi - addirittura che sarebbe peggio che trovarsi davanti a un plotone di esecuzione.
Le parole di Zaffini hanno scatenato subito polemiche, non solo per l’attacco alla magistratura, ma anche per l’uso quantomeno fuori luogo della malattia come metafora in ambito politico.
Come già raccontato da ANTIMAFIADuemila nelle ultime settimane, quella del senatore di Fratelli d’Italia non è certamente una “gaffe” isolata. Anzi, è l’ultima di una sequenza sempre più corposa di uscite che, messe insieme, raccontano un clima ormai chiaro di delegittimazione nei confronti della magistratura.
È il caso, ad esempio, dell’ex magistrata Simonetta Matone, oggi deputata del Carroccio, che si è espressa in merito alle dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio, sostenendo che le sue uscite avevano fatto perdere vantaggio al Sì. “Lui confonde ciò che si può dire in un salotto con ciò che si può dire pubblicamente. Tutti noi - ha voluto precisare Matone - pensiamo le cose che lui ha detto, ma sono cose che non si possono dire pubblicamente, perché abbiamo dato il là a una ripresa del fronte del No”.
Per quanto riguarda il caso Matone, le critiche non sono arrivate solo dall’opposizione, ma anche da diversi osservatori che in quelle parole hanno letto una sorta di “dietro le quinte” pronunciato a microfono acceso. Una direzione celata ma ormai evidente, che conferma come la comunicazione politica sia spesso strategica e poco trasparente, anche quando a parlare è un ex magistrato passato alla politica.
Poi sono arrivate le dichiarazioni di Giusi Bartolozzi, anche lei ex magistrata e oggi capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio - quelle a cui ha fatto riferimento Zaffini - che aveva definito la magistratura un “plotone d’esecuzione”. Un’espressione che, in Italia, urta contro una memoria precisa: quella dei giudici assassinati da mafia e terrorismo. Le parole di Bartolozzi hanno infatti provocato l’indignazione di molti, compresi i familiari di magistrati uccisi, da Guido Galli a Francesca Morvillo, da Vittorio Occorsio a Paolo Borsellino, che hanno sottolineato come i veri plotoni d’esecuzione, nella storia italiana, siano stati quelli che hanno sparato contro i magistrati, non i magistrati stessi.
Sempre in relazione al caso Bartolozzi, non è mancata nemmeno l’analisi del giornalista Saverio Lodato, che nei giorni scorsi, durante la presentazione del libro scritto a quattro mani con l’avvocato Luigi Li Gotti, Stragi d’Italia (ed. Fuoriscena), ha intravisto nelle parole pronunciate - e poi forse troncate da un possibile montaggio video - un sospetto ancora più radicale: l’idea di una magistratura “pilotata”.
Ancora più recente e altrettanto discusso è invece l’intervento di Aldo Mattia, deputato di Fratelli d’Italia, che ha raccontato di una battaglia referendaria da vincere a ogni costo, se necessario anche ricorrendo a logiche clientelari, facendo leva su reti personali, favori e debiti reciproci. “Avete gli argomenti per poter discutere - ha detto Mattia - ma se non dovesse servire, utilizzate anche il solito sistema clientelare: non ci credi, beh fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore. Aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti già tanti”.
In altre parole, in questo caso l’obiettivo sembra essere quello di appellarsi alla fedeltà per colmare un vuoto di contenuti. Motivo per cui risulta più conveniente rifugiarsi nella propaganda o, peggio, nel richiamo clientelare.
Questi slogan e queste uscite suggeriscono una strategia comunicativa che punta più sulle emozioni che su argomentazioni strutturate.
È proprio all’interno di questa difficoltà che si inserisce la partecipazione della premier Giorgia Meloni al Pulp Podcast, in un’intervista con Fedez e Mr. Marra a ridosso del voto del 22 e 23 marzo?
Foto © Imagoeconomica
ARTICOLI CORRELATI
Un No al Referendum per travolgere le mura dell'oppressione
di Lorenzo Baldo
La campagna per il Sì è priva di contenuti. Deputato FdI: ''Utilizzate il sistema clientelare''
Bartolozzi: ''Magistrati 'plotone d'esecuzione'''. La replica dei familiari e di Lodato
