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Tra le varie modifiche introdotte dalla riforma promossa dal ministro Carlo Nordio c’è il sorteggio secco come metodo di selezione dei componenti togati dei due nuovi Consigli Superiori della Magistratura (uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri). Questa scelta, a mio parere, solleva non pochi dubbi di costituzionalità. La mia critica principale è che l’affidarsi al caso sia la negazione palese dell'importanza della professionalità e della competenza. È di una evidenza puerile che non tutti i magistrati abbiano le capacità necessarie per sedere in un organo di governo così complesso come il Consiglio Superiore della Magistratura. Il sorteggio secco, inoltre, mette a rischio anche l'autonomia della magistratura, favorendo, di fatto, un controllo della politica sull'ordine giudiziario. Il sistema attuale si basa sul voto dei magistrati, sostituirlo con un sorteggio è un modo astuto per “dividere” la magistratura ordinaria, eliminando il principio della scelta democratica interna. Sono convinto che questo sistema faccia emergere realmente evidenti dubbi di costituzionalità. Le mie perplessità riguardano proprio la compatibilità del sorteggio con i principi costituzionali inerenti al governo autonomo dei magistrati. Il sorteggio, nella sostanza, nega il diritto dei magistrati di scegliere i propri rappresentanti, trasformando un organo di “autogoverno” in un consesso di estratti a sorte in una lotteria. Questo priva il Consiglio Superiore della Magistratura della legittimazione democratica interna necessaria per tutelare l'indipendenza dell'ordine. L'affidamento al caso è, di fatto, la negazione del principio di capacità e professionalità. I componenti estratti a sorte non avranno le competenze tecniche per gestire funzioni complesse come, ad esempio, le nomine dei vertici degli uffici giudiziari. Il Consiglio Superiore della Magistratura, inoltre, è un organo di rilievo costituzionale, per cui, sostituire l'elezione con il sorteggio, a mio parere, degrada il suo ruolo, rendendolo più vulnerabile a influenze esterne e riduce la sua autorevolezza istituzionale. Alcuni autorevoli giuristi (Ferrua, Daniele, Caprioli) sostengono che nemmeno una legge costituzionale possa eliminare garanzie che costituiscono il “nucleo fondamentale” dell'indipendenza giudiziaria, pena l'incostituzionalità della riforma stessa davanti alla Corte Costituzionale. 

Foto © Imagoeconomica 

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