Qualcuno, dentro la stessa maggioranza, l’ha già battezzata “norma anti-Gratteri”. L’etichetta rende bene l’idea del clima politico in cui nasce l’emendamento presentato da Forza Italia al decreto Pnrr attualmente all’esame della commissione Bilancio della Camera. Il bersaglio non sarebbe soltanto il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, ma il messaggio appare evidente: dopo il referendum, il governo intende aprire il fronte delle sanzioni disciplinari contro quei magistrati che si espongono pubblicamente con opinioni considerate non neutrali.
Il momento scelto non è casuale. L’iniziativa arriva a pochi giorni dalla consultazione del 22-23 marzo sulla separazione delle carriere e sembra voler tracciare una linea preventiva nei confronti della magistratura. L’idea di fondo è quella di stabilire un confine più rigido tra l’esercizio delle funzioni e la presenza pubblica dei magistrati, con l’obiettivo dichiarato di evitare prese di posizione che possano apparire incompatibili con il principio di imparzialità.
L’emendamento, tuttavia, non ha alcun legame con il contenuto del decreto Pnrr, che riguarda l’ufficio del processo e la stabilizzazione di giudici e funzionari della giustizia finanziati con i fondi europei. Proprio per questa ragione la proposta rischia di essere dichiarata inammissibile per estraneità di materia. Fonti di Forza Italia, però, spiegano che la norma verrebbe comunque ripresentata nel primo provvedimento legislativo utile.
A firmare il testo sono tre deputati azzurri: Mauro D’Attis, vicepresidente della commissione Antimafia, il vicecapogruppo Francesco Cannizzaro e Andrea Gentile. La proposta interviene direttamente sul decreto legislativo che disciplina le sanzioni disciplinari per i magistrati, cioè la normativa attuativa della riforma Castelli del 2005. Per la prima volta, dopo mesi di dichiarazioni e annunci da parte del ministro della Giustizia Carlo Nordio, si mette mano alla definizione stessa dei doveri del magistrato.
Oggi la legge stabilisce che il magistrato eserciti le proprie funzioni con “imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo ed equilibrio e rispetta la dignità della persona nell’esercizio delle funzioni”. L’emendamento propone però di irrigidire il quadro, estendendo il controllo anche alla sfera pubblica extra-giudiziaria. Secondo la nuova formulazione, infatti, “Anche fuori dall’esercizio delle proprie funzioni” il magistrato “non deve tenere comportamenti, ancorché legittimi, che compromettano la credibilità personale, il prestigio e il decoro del magistrato o il prestigio dell’istituzione giudiziaria”.
Il punto più delicato riguarda proprio questa estensione del perimetro disciplinare. L’attuale legge del 2006 prevede già diverse ipotesi di illecito: l’uso della funzione per ottenere vantaggi personali, i rapporti con persone sottoposte a procedimento penale, l’assunzione di incarichi senza autorizzazione del Csm, benefici ricevuti da soggetti coinvolti in procedimenti nel proprio ufficio, la partecipazione ad associazioni segrete, l’iscrizione a partiti politici o le pressioni sul Csm per ottenere favori.
La proposta di Forza Italia aggiunge però una categoria molto più ampia e indeterminata. Il magistrato potrebbe essere sanzionato disciplinarmente per “ogni altro comportamento tale da compromettere l’indipendenza, la terzietà e l’imparzialità del magistrato, anche sotto il profilo dell’apparenza”. Una formula che introduce un criterio estremamente elastico, legato non soltanto ai fatti ma anche alla percezione pubblica dell’imparzialità.
È proprio qui che emerge la dimensione politica della norma. Negli ultimi mesi il governo ha accusato più volte Nicola Gratteri e altri magistrati di esporsi pubblicamente, in particolare per il sostegno al “No” nel referendum o per decisioni giudiziarie critiche verso le politiche migratorie dell’esecutivo. Le stesse contestazioni sono state avanzate dal ministro Carlo Nordio, che insieme al procuratore generale della Cassazione ha il potere di promuovere l’azione disciplinare.
In questo contesto, la nuova formulazione rischia di trasformarsi in uno strumento capace di colpire non solo comportamenti effettivamente incompatibili con il ruolo, ma anche interventi pubblici o opinioni espresse in contesti culturali, accademici o mediatici. Ed è proprio per questo che, al di là del nome informale con cui è stata ribattezzata, la cosiddetta “norma anti-Gratteri” viene letta da molti come un segnale politico molto più ampio nei confronti dell’intera magistratura.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
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