Un vuoto legislativo rischia di vanificare l’efficacia dell’Alta Corte disciplinare - l’organo creato per giudicare i magistrati - voluta dal governo Meloni come parte centrale della riforma della magistratura su cui si dovrà votare il prossimo 22-23 marzo. I fatti sono stati riportati dal ‘Fatto Quotidiano’. Secondo la lettera delle norme, non potrà applicare le sanzioni più severe, come la sospensione, la rimozione dall’ordine giudiziario o il trasferimento di sede. Queste competenze, infatti, resterebbero in capo ai due Consigli superiori della magistratura (Csm), uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, rendendo di fatto inoperante il nuovo tribunale. Il problema nasce da una discrasia tra due articoli della Carta costituzionale. Da una parte, il nuovo articolo 104 attribuisce all’Alta Corte la giurisdizione disciplinare sui magistrati, giudicanti e requirenti. Dall’altra, l’articolo 107 – rimasto invariato – stabilisce che solo il Csm può disporre la sospensione, la dispensazione dal servizio o il trasferimento di sede. L’unico aggiornamento apportato è l’aggiunta dell’aggettivo “rispettivo” davanti a “Consiglio superiore della magistratura”, una modifica insufficiente a risolvere la contraddizione. Di conseguenza, l’Alta Corte potrà comminare solo sanzioni minori, come l’ammonimento, la censura o la perdita di anzianità, mentre le misure più gravi continueranno a dipendere dai due Csm. Un paradosso che rischia di trasformare il nuovo organo in un ente privo di reale potere sanzionatorio. Il risultato? L’Alta Corte potrà applicare solo sanzioni minori, come l’ammonimento, la censura o la perdita di anzianità, mentre le misure più gravi — sospensione, rimozione, trasferimento — continueranno a dipendere dai Csm. Un paradosso che rischia di trasformare il nuovo organo in una struttura priva di denti, vanificando l’obiettivo del governo di utilizzarlo come strumento di controllo sulle toghe.
Grosso: “Un buco evidente, la fretta ha prodotto un disastro”
Enrico Grosso, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino e presidente onorario del comitato “Giusto dire No”, promosso dall’Associazione nazionale magistrati, non ha dubbi: "C’è una contraddizione destinata a creare insuperabili difficoltà nel funzionamento in concreto del nuovo sistema disciplinare. La fretta del Parlamento e il suo testardo rifiuto di ascoltare qualunque obiezione questa volta ha giocato un brutto scherzo. Del resto, come dice il saggio, la gatta frettolosa partorisce gattini ciechi". Secondo Grosso, le leggi attuative non basterebbero a risolvere il problema. Per sanare la situazione, infatti, occorrerebbe limitare i poteri dei Csm previsti dall’articolo 107, costringendoli a dare esecuzione alle decisioni dell’Alta Corte. "Ma sarebbe incostituzionale", avverte. Inoltre, il Csm "è un organo collegiale, che delibera a maggioranza e la cui volontà si forma indipendentemente da ciò che possa aver precedentemente deciso l’Alta Corte". "Nella migliore delle ipotesi il sistema non funzionerà. Nella peggiore si instaurerà un sordo e strisciante conflitto tra organi costituzionali, anzi tra poteri dello Stato", conclude. "I costituenti avevano costruito una macchina oliata e armonica, i cui ingranaggi ruotavano bene perché erano stati pensati per funzionare tutti insieme. I nostri apprendisti stregoni hanno fatto l’ennesimo pasticcio".
Azzariti: “Norma scritta male, servirà l’intervento della Corte costituzionale”
Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale alla Sapienza di Roma, conferma la gravità dell’errore: "È evidente che la norma è stata scritta male, isolando l’Alta Corte dal sistema costituzionale". Per uscirne, ipotizza che la legge ordinaria potrebbe prevedere un "secondo atto" dei Csm, successivo alla decisione dell’Alta Corte, per rendere esecutive le sanzioni. "Non può essere un atto dovuto", precisa, "mentre nelle intenzioni della maggioranza, presumibilmente, dovrebbe essere solo formale". Se la riforma dovesse passare, Azzariti prevede un ricorso alla Corte costituzionale: "La previsione è facile: le norme attuative arriveranno alla Corte costituzionale, che dovrà metterci una pezza cercando un’interpretazione accettabile, com’è già stato per le antinomie presenti nella riforma del Titolo quinto. Una buona ragione per votare No ed evitare di gettare questioni così delicate nel mare del caos".
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Foto © Imagoeconomica
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