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A sei anni di distanza dallo scandalo emerso con le intercettazioni all'hotel Champagne, le figure centrali coinvolte sono destinatarie di un progressivo azzeramento delle ripercussioni giudiziarie e disciplinari, grazie a interventi legislativi e decisioni politiche. L'ex magistrato Luca Palamara, al centro della maxi inchiesta sulle nomine pilotate, ha visto progressivamente ridursi le accuse più gravi. L'imputazione di corruzione relativa alla presunta somma di 40 mila euro per favorire la nomina di Giancarlo Longo a procuratore di Gela è stata abbandonata prima della fase dibattimentale. L'imputato ha quindi concordato un patteggiamento complessivo di un anno e quattro mesi per traffico d'influenze illecite. Successivamente, la riforma Nordio ha modificato tale reato e ha eliminato l'abuso d'ufficio: in base a questi cambiamenti normativi, l'altro ieri Palamara ha presentato istanza di revoca del patteggiamento, misura che persino l'accusa considera ormai inevitabile. Le chance che l'ex pm concluda la vicenda senza condanne definitive e con il certificato del casellario giudiziale immacolato appaiono dunque elevate. “Poi chiederò di tornare in magistratura”, ha dichiarato Palamara, pur essendo stato radiato dall'ordine giudiziario proprio in conseguenza dello scandalo dell'hotel Champagne e delle operazioni sulle nomine, e non per le sole condotte penali. 

Un caso analogo riguarda Cosimo Ferri (in foto), ex deputato e sottosegretario alla Giustizia in tre esecutivi. Da ieri è ufficialmente rientrato in magistratura come giudice del Tribunale di Roma, con un solo voto contrario e 14 astenuti in seno al Csm. La delibera rappresenta l'esito vincolante di una pronuncia del Consiglio di Stato, che ha annullato l'applicazione della legge anti-porte girevoli al suo caso specifico. Dopo 13 anni trascorsi tra Parlamento e ministero, Ferri – oggi al ministero della Giustizia – riprenderà le funzioni giudicanti proprio nella capitale, sede ambita e di prestigio. Tra l'altro, al vertice del Tribunale di Roma troverà Lorenzo Pontecorvo, già suo stretto collaboratore e “delfino” all'interno della corrente conservatrice di Magistratura indipendente. 

Il differente trattamento riservato a Palamara (radiato) e Ferri (salvato) trova spiegazione nell'intervento del centrodestra: alla Camera, per due volte, è stato negato l'utilizzo delle intercettazioni nei confronti di Ferri da parte della sezione disciplinare del Csm. Al plenum per il rientro in magistratura di Ferri, i consiglieri progressisti laici e togati (compresi quelli di Magistratura democratica, che hanno votato contro), insieme al primo presidente e al procuratore generale della Cassazione, si sono astenuti o hanno espresso dissenso. A sostenere la delibera sono stati invece i togati conservatori e i laici di centrodestra, con buona pace dei proclami contro ‘la degenerazione correntizia’. Si tratta di un autentico azzeramento delle conseguenze, non imputabile ai magistrati – come ripetutamente sostenuto dai promotori del Sì al referendum sulla riforma Nordio – bensì alla politica.  

Foto © Imagoeconomica 

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