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Lo storico e saggista allerta: “È un pactum sceleris per smantellare la Costituzione e governare senza controlli

"In Sicilia, se passasse il sì, i poteri illegali brinderebbero". Non usa perifrasi Luciano Canfora per descrivere i rischi del referendum sulla giustizia. A Ragusa Ibla, ospite della Scuola dei beni comuni in un confronto con il magistrato Bruno Giordano, lo storico entra subito nel cuore politico della riforma: "Più precisamente che un attacco alla Repubblica, è un colpo all’assetto della Costituzione. È il primo passo di un patto che definirei, alla maniera dei latini, pactum sceleris: smantellare il Csm, portare a casa l’autonomia differenziata e arrivare al premierato. Ma è quest’ultimo che cambierebbe alla radice la nostra Costituzione".
Per Canfora il punto è l’equilibrio tra i poteri. "Si parla molto di efficienza, ma la vera posta in gioco è lo sbilanciamento ulteriore a favore dell’esecutivo, che già nella prassi ha occupato molto spazio. Il potere giudiziario viene visto come un ostacolo. Colpire il Csm significa mettere in ginocchio la magistratura. È la stessa logica con cui si delegittima la magistratura contabile: governare senza controlli", dice ai microfoni di Repubblica Palermo.
Il bersaglio, dunque, non sarebbero le lentezze della giustizia ma l’organo di autogoverno dei magistrati. "La separazione delle carriere, di fatto, già esiste. I processi resteranno lenti per mancanza di personale. Nulla cambierebbe in meglio per il cittadino. Il vero obiettivo è decapitare il Csm. Gli effetti negativi arriveranno dopo".
Il ragionamento si fa ancora più netto quando lo sguardo si posa sulla Sicilia. "Se è vero, e non è certo un mistero, che in questa regione esiste un potere illegale con una storia lunghissima — prima con propaggini verso gli Stati Uniti, oggi verso tutta l’Europa, Germania compresa — allora bisogna essere chiari: un risultato favorevole al governo metterebbe la magistratura in seria difficoltà. Quando la magistratura arretra, quei poteri leggono il segnale e festeggiano".
Non è un’ipotesi teorica, insiste Canfora: "È già accaduto. Basti ricordare il generale Carlo Alberto dalla Chiesa o Pio La Torre. Anni di antimafia non verrebbero cancellati, ma messi in quarantena".
In Sicilia, aggiunge, "la magistratura è una trincea. Qui c’è una storia lunga e profonda di connivenza con la mafia, capace perfino di coinvolgere persone in buona fede che finiscono per considerare la mafia un contro-Stato. In questa storia la magistratura è sempre stata l’antagonista principale. Se la si indebolisce, il messaggio è chiaro. Due più due fa quattro".
Eppure, una parte consistente dell’opinione pubblica percepisce il tema come distante. "Non è un difetto delle persone", osserva lo storico. "È il modo in cui la riforma è stata impostata. L’intento era non far capire nulla. Lo dimostra anche il rifacimento della scheda: non si doveva far comprendere che era la Costituzione a essere colpita".
Quanto al fronte politico, Canfora respinge l’idea di una coerenza automatica tra appartenenza e voto. "Concetto Marchesi diceva che gli “operai rinnegati seguirono Mussolini”. Non esiste una coerenza automatica. I casi sono pochi. Il più emblematico è quello di Antonio Di Pietro: “Un qualunquista, non un uomo di sinistra. Il Di Pietro del ’92 non esiste più".
Mancano poche settimane al voto e lo storico non si sbilancia su pronostici: "La partita è apertissima. Il rischio di astensionismo è alto. Fare previsioni sarebbe ingenuo".
Ma il punto politico, per lui, resta fermo nella frase d’apertura: se la magistratura arretra proprio dove ha rappresentato l’argine più solido al potere criminale, "i poteri illegali brindano". E con loro — lascia intendere — arretra la democrazia costituzionale.

Fonte:
Repubblica Palermo

Foto © Imagoeconomica
 

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