Per i periti vi sono "profili di responsabilità di Eni"
La strage di Calenzano, costata la vita a cinque persone, non sarebbe stata né imprevedibile né inevitabile. A dirlo è una perizia di 227 pagine appena depositata, che rafforza in modo netto l’impianto accusatorio della Procura di Prato, guidata da Luca Tescaroli, e individua un insieme di responsabilità concorrenti. Al centro dell’analisi ci sono le cosiddette “posizioni di garanzia”, con un’attenzione particolare al ruolo di Eni, gestore dell’impianto, che avrebbe autorizzato la società subappaltatrice Sergen a svolgere lavori di manutenzione senza interrompere le normali attività del deposito. Una scelta che, secondo i consulenti, si è rivelata decisiva nel causare l’esplosione.
Gli esperti parlano esplicitamente di un evento che “non rappresenta un’anomalia imprevedibile”, ma “l’esito di un sistema prevenzionistico che ha operato in modo frammentato”. Il deposito, si legge nella perizia, disponeva di un sistema di sicurezza “pur formalmente strutturato”, ma incapace di intercettare uno scenario di rischio noto e prevedibile, legato alla compresenza di lavorazioni diverse. In questo quadro, l’esplosione non sarebbe riconducibile a un singolo errore, bensì a una concatenazione di fattori: “Le valutazioni svolte convergono nel delineare potenziali profili di responsabilità concorrente”. In definitiva, i “profili di criticità” emersi “non appaiono riconducibili a un singolo fattore isolato”, ma rimandano chiaramente a “un fallimento sistemico”.
Il documento, firmato da quattro professori e ingegneri – Almerinda Di Benedetto, Mara Lombardi, Fabio Dattilo e Mario Vinardi – è destinato ad avere un peso centrale nell’eventuale processo, essendo stato acquisito nel corso di un incidente probatorio disposto su richiesta della Procura. Al centro delle conclusioni compare il concetto di “rischio intrinseco”, legato alla decisione di effettuare interventi di manutenzione con l’impianto in piena attività. Una scelta definita come una chiara “sottovalutazione” del pericolo, che si inserisce, secondo la ricostruzione degli inquirenti, anche in una logica di convenienza economica: fermare il deposito avrebbe comportato una perdita di denaro.
Il 9 dicembre 2024 era stato programmato un intervento di riparazione su una linea di carburante. Il lavoro, affidato da Eni a Sergen, riguardava quella che gli operai ritenevano una tubazione ormai esausta. In realtà, una volta rimossa una valvola di sicurezza, si verificarono una fuoriuscita improvvisa di carburante e la formazione di una vasta pozza di liquido, mentre nell’aria si diffondeva una nube gassosa. L’innesco dell’esplosione, secondo la perizia, sarebbe stato provocato dal “motore a scoppio” del “carrello elevatore” utilizzato dagli operai di Sergen, un mezzo che peraltro non disponeva delle certificazioni di sicurezza necessarie per operare in quell’ambiente. L’esplosione causò la morte di due operai e di tre autotrasportatori impegnati nel carico delle autobotti.
Alla luce di questi elementi, i periti parlano di una vera e propria “carenza strutturale del sistema di prevenzione”. I lavori, spiegano, non avrebbero dovuto essere autorizzati con l’impianto aperto. “In conclusione, l’evento si configura come la concretizzazione di un rischio intrinseco noto, – incendio/esplosione in contesto Atex (acronimo che individua atmosfere esplosive, ndr) – aggravato e reso operativo dalla mancata gestione efficace della configurazione interferenziale determinata dalla compresenza di attività di manutenzione e carico di autobotti”.
Sul piano giudiziario, al momento risultano indagate dieci persone tra dirigenti e tecnici di Eni e Sergen. Alla società Eni viene contestata anche la responsabilità amministrativa ai sensi della legge 231, che consente di attribuire rilievo penale alle condotte di enti e aziende. Le criticità individuate dalla perizia coinvolgono infatti anche il Duvri, il Documento unico di valutazione dei rischi e delle interferenze, definito “inefficace”, “formalmente esistente”, ma “non integrato e non sufficientemente operativo/prescrittivo nel governare le interferenze”. Analoghe valutazioni riguardano il modello organizzativo 231, giudicato “fragile”: sebbene appaia “formalmente robusto e strutturato”, mancano – secondo i periti – “evidenze che permettano di affermarne la piena efficacia operativa e messa in funzione”.
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