Banda della Magliana, tunnel nascosti e la presenza dei servizi segreti: perché a don Celano fu consigliato il silenzio?
Dopo la sospensione per motivi di sicurezza, si torna a scavare sotto la Casa del Jazz a Roma. Originariamente appartenente a una congregazione religiosa legata al Vaticano e sorta su un bene confiscato alla Banda della Magliana, l’ex Villa Osio, appartenuta negli anni ‘80 anche a Enrico Nicoletti - ritenuto il cassiere della Banda della Magliana - è stata trasformata dal Comune, nei primi anni Duemila, in un centro pubblico dedicato alla musica jazz. Considerando la sua storia, poco dovrebbe meravigliare se oggi, secondo alcuni documenti, sotto quella villa potrebbero essere sepolti segreti che, se svelati, potrebbero far luce su diversi misteri che hanno caratterizzato la cronaca italiana, spesso legata al mondo della criminalità organizzata, dei servizi segreti deviati e dei poteri occulti.
Stando a documenti e testimonianze inedite, infatti, esisterebbe una rete di tunnel deliberatamente ostruiti con circa 64 metri cubi di materiale, poi murati e opportunamente cementati. Ed è proprio lì, dietro quel riempimento massiccio e intenzionale, che alcuni ritengono possano nascondersi risposte mai cercate fino in fondo.
A riaccendere i riflettori sulla questione è stato un documento consegnato in diretta televisiva alla giornalista Eleonora Daniele, durante la trasmissione Storie Italiane. A scriverlo è don Domenico Celano, religioso che conosceva bene Villa Osio già nei primi anni Ottanta e che ha deciso di mettere per iscritto ciò che ricorda, nonostante - come lui stesso ha sottolineato - per anni gli sia stato consigliato di non esporsi.
Celano appartiene alla congregazione degli Oblati; quella che, come abbiamo anticipato, ha gestito la vendita della villa a Enrico Nicoletti, della Banda della Magliana. Secondo quanto riferito dal sacerdote, sotto la villa, in particolare sotto la cantina dell’edificio, ci sarebbe un tunnel principale che si collega con diversi altri tunnel sotterranei, accessibile attraverso una scala interrata di circa quindici metri. Proprio quella scala sarebbe stata murata per non renderla accessibile. Ulteriore dettaglio sicuramente non trascurabile è il fatto che la ricostruzione di don Celano combacia perfettamente con le mappature realizzate negli anni dagli speleologi.
Ma non è la prima volta che don Celano ha parlato di questa informazione. Già nel 1997, quando venne ascoltato dalle autorità dopo la confisca del bene, il religioso indicò con precisione il punto dove scavare e perché. Cosa altrettanto interessante è che proprio in quel periodo, secondo alcune ricostruzioni che tuttavia non sono corroborate da conferme ufficiali, ci sarebbe stato anche il coinvolgimento del SISMI, il vecchio servizio segreto militare italiano. Appare piuttosto strano che, per un semplice sopralluogo tecnico o per una verifica edilizia, compaiano sulla scena anche uomini dei servizi.
Che in quei luoghi si celi qualcosa riconducibile a dossier delicatissimi? Magari qualcosa che potrebbe essere collegato anche alle attività che hanno coinvolto la Banda della Magliana, spesso finita al centro di inchieste per mafia, terrorismo e servizi deviati? Soprattutto: uomini dei servizi sarebbero stati coinvolti nella vicenda per mettere in sicurezza o per sottrarre qualcosa di compromettente da quei luoghi prima che potesse emergere?
Quello che è certo è il fatto che, secondo l’ex giudice Guglielmo Muntoni, quei luoghi potrebbero aver funzionato per anni come una vera e propria “cassaforte” della criminalità organizzata romana: un luogo dove poter occultare armi, denaro, documenti e forse anche corpi. 
Paolo Adinolfi
Il giudice Adinolfi e l’ombra della Banda della Magliana
Difatti è proprio Muntoni a rilanciare l’ipotesi che in quei sotterranei possano trovarsi i resti del giudice Paolo Adinolfi, scomparso nel luglio del 1994. Il magistrato, noto nel suo ambiente per essere profondamente integerrimo, nonostante il suo incarico presso la sezione fallimentare del Tribunale di Roma, ha seguito procedimenti delicatissimi, tra cui quelli legati alla "Fiscom e alla Ambra Assicurazioni, vicende in cui, guarda caso, è comparso anche il nome di Enrico Nicoletti.
Adinolfi, nella storia della Repubblica, è l’unico giudice scomparso e mai ritrovato. Sparì nel nulla dopo aver annunciato alla moglie che sarebbe rientrato per pranzo. La sua auto fu ritrovata al Villaggio Olimpico, ma di lui nessuna traccia.
Altra circostanza molto interessante che riguarda la scomparsa del giudice Adinolfi viene riportata attraverso un articolo de “il Manifesto” del 30 giugno 1996, dal titolo: “CASO ADINOLFI - Riaperta inchiesta sulla scomparsa”. In quell’occasione il quotidiano riporta la decisione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Perugia di riaprire l’indagine sulla sparizione del giudice, scomparso il 2 luglio 1994.
La riapertura dell’inchiesta - spiega il Manifesto nel suo articolo di 29 anni fa - sarebbe legata alle dichiarazioni rese dal faccendiere siciliano Francesco Elmo, arrestato nell’ambito dell’operazione “Cheque to cheque”. In pratica, secondo quanto riferito da Elmo agli inquirenti, Adinolfi sarebbe stato ucciso “da uomini della Banda della Magliana” perché stava per incontrare il pubblico ministero milanese Carlo Nocerino, impegnato nelle indagini sul fallimento della Ambra Assicurazioni, per rivelargli “cose importanti”.
Informazioni che, sempre secondo il Manifesto, riguardavano presunti legami tra settori “deviati del servizio civile” e una rete di società fantasma attive “nella compravendita di immobili”, uno snodo in cui si sarebbero incrociati interessi criminali e circuiti finanziari opachi. A mettere Elmo a conoscenza di questi elementi sarebbe stato, secondo quanto riferito, il colonnello del SISMI Mario Ferraro, trovato impiccato nella propria abitazione.
Che sia questo uno dei motivi per i quali è stato consigliato a don Domenico Celano di non esporsi?
Ad ogni modo, è sempre in quel contesto, quello della Casa del Jazz, che è emerso anche un altro nome, già in passato comparso in questioni che hanno visto, durante le indagini, possibili coinvolgimenti da parte del Vaticano, servizi deviati e Banda della Magliana: Emanuela Orlandi.
A Pietro Orlandi, che da anni continua instancabile nella lunga, difficile e molto probabilmente pericolosa ricerca della verità, è stato riferito, da una fonte ritenuta attendibile, che i resti della sorella potrebbero trovarsi in quei sotterranei.
Peccato che gli scavi avviati alla Casa del Jazz su iniziativa privata e grazie a fondi reperiti da Muntoni abbiano subito una brusca interruzione. Durante i primi lavori è stata individuata la scala di accesso, ma l’enorme quantità di detriti accumulati rende impossibile procedere senza correre rischi. Da qui lo stop, motivato da evidenti ragioni di sicurezza. Fortunatamente, il prefetto di Roma Lamberto Giannini ha assicurato che le operazioni riprenderanno una volta garantite tutte le condizioni necessarie. Stando a quanto ha riferito il Corriere della Sera, lunedì scorso, 2 febbraio, sono stati eseguiti i sopralluoghi dei vigili del fuoco, sotto il coordinamento della Prefettura, per verificare le condizioni di sicurezza necessarie ad accedere a un cunicolo sotterraneo. Nel caso in cui l’esito dovesse essere positivo, gli scavi potranno riprendere immediatamente. Durante il sopralluogo erano infatti presenti anche Pietro Orlandi e il suo legale, Laura Sgrò.
Nel frattempo, nuovi documenti stanno continuando a emergere. Lettere, piantine, plastici realizzati da don Celano rafforzano l’idea che per decenni una parte della villa sia rimasta volutamente inesplorata. Perché? Chi ha deciso di non scavare? Chi ha portato lì quei materiali? Domande che risuonano anche nelle parole dell’avvocata Sgrò: “Chiunque abbia informazioni sulla Casa del Jazz - ha annunciato il legale della famiglia Orlandi - mi contatti, o parli con Pietro Orlandi: riporteremo tutto alla Procura di Roma”.
Foto di copertina © Imagoeconomica
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