Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

L’editoriale del costituzionalista e storico giurista sul Fatto Quotidiano

Gustavo Zagrebelsky definisce con chiarezza il senso profondo della riforma della giustizia in discussione: “In definitiva possiamo tranquillamente dire che il senso profondo della riforma è questo, l’intimidazione: divisione dei magistrati in due status diversi; estrazioni a sorte per rompere i rapporti di colleganza e creare isolamento; sottoposizione a una spropositata istanza disciplinare”.
Il giurista si chiede: “Che cosa c’è da aggiungere per comprendere il senso di questa riforma?”. Nel volume Perché No – che raccoglie argomentazioni illustrate anche dal giornalista direttore del Fatto Marco Travaglio e dal procuratore della repubblica di Napoli Nicola Gratteri – Zagrebelsky indica “non poche buone ragioni” per votare No al referendum costituzionale. Secondo l’autore, la riforma non è una reale riforma della giustizia, ma “una rivalsa di certa politica contro certa magistratura per spostare gli equilibri costituzionali a favore dell’impunità della prima e a danno dell’autonomia e dell’indipendenza della seconda”. Zagrebelsky contesta la narrazione prevalente secondo cui “occorre contenere la tendenza della giustizia a invadere il campo della politica”. Per il costituzionalista, l’argomento significa in realtà che “ai potenti che muovono la politica serve più libertà d’azione e, a questo scopo, occorre limitare o condizionare i controlli”. Ricorda che “se aumenti il potere da una parte, lo diminuisci dall’altra, come nei vasi comunicanti” e che “non esistono riforme costituzionali che vanno bene per tutti: ogni modifica o ritocco alla Costituzione è una riallocazione di potere”. “Più alla politica vuol dire meno alla giustizia”, scrive Zagrebelsky, chiedendosi se sia davvero “una bella prospettiva, in un Paese in cui la diffusione della corruzione, secondo indagini e statistiche internazionali e nella stessa e diretta percezione da parte dei cittadini, rivaleggia con quella di tanti regimi nel mondo che non conoscono lo Stato di diritto e la separazione dei poteri”.

Il nucleo della questione, secondo l’autore, è semplice: “In sostanza, in Italia, la politica – di destra, di sinistra, di centro non importa – ha troppo potere o ne ha troppo poco?”. La risposta emerge dalla cronaca quotidiana: “i politici protestano e chiedono che la magistratura non intervenga nelle politiche migratorie, nelle procedure per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, nella mancata consegna alla Corte penale internazionale di un soggetto come il generale libico Almasri, negli abusi di potere di ministri, sottosegretari, presidenti di regione, sindaci, assessori”. Ogni volta, sottolinea Zagrebelsky, “protestano per l’“invasione di campo”. Insomma, vogliono più potere incontrollato”. Il giurista invita a guardare “il mondo come è, cioè diviso in potenti e impotenti”, e pone domande nette: “la giustizia è uguale per tutti? Che cosa dicono le statistiche circa la distribuzione per classi sociali delle sentenze e delle pene irrogate dai nostri Tribunali?”. Ricorda casi emblematici: “Un’accusa di stupro contro un parente di un’alta carica dello Stato finisce nel nulla: finirebbe nel nulla anche se l’accusato fosse uno qualunque, magari un immigrato o un figlio di immigrato?”. Zagrebelsky denuncia il ruolo della prescrizione: “Se la legge è uguale per tutti, perché le prescrizioni “salvano” e impediscono ai Tribunali di arrivare alla fine dei processi con pronunce nel merito delle ipotesi di reato?”. Spiega che “ci sono i potenti che possono permettersi di resistere fino alla prescrizione, con tutti i mezzi e i cavilli resi possibili da leggi sovrabbondanti, oscure e scritte in modo tale da alimentare i dubbi, e da procedure complicate e farraginose, bene utilizzate da abili professionisti del diritto”. Al contrario, “gli impotenti per i quali, invece, la giustizia è spedita, efficiente e spesso approssimativa”.

L’autore critica lo slogan della “giustizia giusta”, definendolo “di per sé vuoto se non è integrato dall’uguaglianza” e sostenendo che, nel contesto della riforma, “acquista così un senso assai preciso e opposto all’aggettivo: giustizia diversa per chi può permettersela”. Sulla separazione delle carriere, Zagrebelsky scrive che si tratta di “una disarticolazione della magistratura che la Costituzione, invece, ha configurato unitariamente affinché tutti i suoi componenti, quali che siano le loro specifiche funzioni nei diversi tipi di processi, agiscano secondo un unico criterio orientativo: la legalità e l’imparzialità”. Dividere i corpi significherà “dividere anche i criteri orientativi o, come si dice, le “culture””. Il costituzionalista si domanda: “Quante ‘culture della legalità’ credono i riformatori che possano esistere?”. E avverte: “Posto che la cultura della legalità propria della magistratura giudicante non la si voglia intaccare, a quale cultura dovrebbe essere legata la magistratura requirente? Forse alla cultura della governabilità?”. Conclude che “al di là delle dichiarazioni e delle intenzioni in buona o cattiva fede, è inevitabile che la cosiddetta separazione delle carriere finirà per inglobare questi ultimi nell’orbita governativa, nell’orbita della governabilità per l’appunto”. Secondo Zagrebelsky, il “coronamento” logico della riforma sarà “una qualche forma di sottoposizione dei pubblici ministeri all’esecutivo, come è proprio di tutti gli ordinamenti autoritari”. Rispetto a chi osserva che il testo non contiene norme esplicite in tal senso, risponde: “Santa ingenuità! Quando si fa o ci si ripromette qualcosa di sospetto o di indecente, forse che lo si proclama apertis verbis?”.

Infine, sulla parità delle parti processuali, l’autore contesta l’obiettivo dichiarato di uguagliare le posizioni: oggi il pubblico ministero è “organo di giustizia” che deve “raccogliere le prove a carico e anche quelle a discarico dell’imputato” e, in caso di insufficienza di prove, “deve rinunciare a portare l’incolpato davanti al giudice”. Con la riforma, diventerebbe “organo di accusa”. Zagrebelsky si chiede: “Non si capisce perché ciò gioverebbe ai cittadini. Chi preferirebbe avere di fronte a sé un accusatore per principio, piuttosto che un attore che persegue un fine obiettivo di giustizia?”. Critica anche la posizione di parte dell’avvocatura: “Gran parte del ceto degli avvocati sembra preferirlo”. Ma avverte che la riforma “presumibilmente accrescerà il peso dell’accusa” e che, con maggiore influenza governativa, “altro che “parità delle armi””. Dietro la formula, secondo Zagrebelsky, c’è l’idea che “il processo sia una lotta finalizzata a “vincere” e, simmetricamente, a “sconfiggere” e non, prima di tutto, un confronto tra soggetti distinti, in vista di quel poco o tanto di verità e quindi di giustizia che è possibile raggiungere dialetticamente in un’aula di Tribunale”.

Fonte: il Fatto Quotidiano

Foto © Imagoeconomica

ARTICOLI CORRELATI

Nino Di Matteo: ''La Costituzione viene elusa, tradita e calpestata''

Separazione carriere, Di Matteo: riforme come questa sono manna dal cielo per i mafiosi

Di Matteo: “Per anni abbiamo venduto armi al governo terrorista israeliano”

Di Matteo smaschera la riforma: ''Separare le carriere significa piegare la giustizia al potere''

Di Matteo: riforma è rivalsa nei confronti della magistratura

''Una riforma contro la magistratura'': Di Matteo avverte sui rischi della separazione delle carriere 

Di Matteo: ''Clientelismo e corruzione. Pericoloso arretramento della classe dirigente in Sicilia''

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy

Stock Photos provided by our partner Depositphotos