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Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ha respinto il ricorso del Comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla giustizia, confermando la legittimità della data fissata per la consultazione referendaria costituzionale sul 22 e 23 marzo prossimi.
La pronuncia, emessa dalla seconda sezione bis dopo l’udienza a porte chiuse svoltasi ieri, ha dichiarato “infondati” i motivi addotti dai ricorrenti. Questi ultimi – i 15 promotori di un quesito referendario parzialmente diverso da quello già ammesso dall’Ufficio centrale per il referendum – avevano impugnato il decreto presidenziale di indizione chiedendone la sospensione e l’annullamento, al fine di completare la propria raccolta firme e ottenere un giudizio di legittimità sul proprio testo.
Il Tar ha motivato la decisione sottolineando che “la disciplina applicabile sia principalmente finalizzata a permettere che la legge di riforma costituzionale, approvata dal Parlamento a maggioranza assoluta dei propri componenti, sia sottoposta, in tempi certi, all’approvazione da parte della volontà popolare”, indipendentemente dal soggetto promotore – tra quelli previsti dall’articolo 138 della Costituzione (almeno un quinto dei membri di una delle Camere, cinque consigli regionali o cinquecentomila elettori) – che per primo abbia presentato la richiesta referendaria.
Nella sentenza si legge inoltre che “il ricorso sulla data del referendum sulla giustizia è ‘infondato’ in quanto c’è già una richiesta legittimamente depositata che consente di votare nei ‘tempi certi’ previsti dalla legge”.
I giudici hanno poi precisato che “la pretesa dei ricorrenti è destituita di fondamento, non potendosi lasciar dipendere la deroga ad un precetto normativo primario chiaro – che impone, tra l’altro, una tempistica certa e stringente per lo svolgimento del referendum costituzionale (anche al fine, segnalato in dottrina, di evitare il protrarsi dello stato di incertezza sulla normativa costituzionale validamente, ma non efficacemente modificata) – da un evento futuro ed incerto (l’ammissione del quesito referendario proposto dai promotori)”.
Sul punto della giurisdizione, il Collegio ha respinto le eccezioni di difetto affermando che “la deliberazione del Consiglio dei Ministri ed il conseguente Dpr di indizione del referendum, nella parte relativa all’individuazione della data per lo svolgimento della consultazione referendaria, hanno natura di atti di alta amministrazione e, pertanto, il relativo sindacato rientra nella giurisdizione del giudice amministrativo”.
Riguardo all’ipotesi di rinvio, il Tar ha evidenziato che la normativa “nel prendere in considerazione e disciplinare l’unica ipotesi di differimento dell’indizione del referendum costituzionale, espressamente la ricollega alla fattispecie in cui, nelle more del termine di tre mesi dall’adozione della legge, sopravvenga un’altra legge costituzionale o di revisione della Costituzione, consentendo (e, si badi bene, non obbligando, giacché la norma utilizza l’espressione ‘può ritardare’ l’indizione, e non ‘deve’) così di chiamare il corpo elettorale ad esprimersi, in un’unica consultazione referendaria, su due leggi di riforma costituzionale”.
Tale disposizione, conclude il provvedimento, “da una parte conferma che, all’infuori dell’ipotesi ivi espressamente disciplinata, nessun caso di rinvio nell’indizione del referendum è configurabile, e, dall’altro, costituisce norma di chiusura del sistema concernente la disciplina del referendum costituzionale”.
La deliberazione del Consiglio dei Ministri impugnata risale al 12 gennaio scorso.


Bachlet: rispettiamo il Tar. Il No sarà maggioritario

Il comitato società civile per il No nel referendum costituzionale rispetta, ovviamente, la decisione del TAR sul ricorso dei ‘quindici’, e quindi la conferma del 22 e 23 marzo come data del referendum sulla legge Nordio. Non ci appartiene lo stile sguaiato di chi grida ‘giustizia è fatta’ quando le sentenze sono favorevoli, mentre aggredisce e minaccia la magistratura quando sono sgradite. Noi, invece, difendiamo gli equilibri costituzionali e l’indipendenza del potere giudiziario anche quando potrebbe convenire il contrario” afferma Giovanni Bachelet, presidente del Comitato della società civile per il No nel referendum costituzionale, convinto che il ‘No’ sarà “maggioritario nonostante le forzature del governo sulla data” del voto.
Resta il fatto che la scelta del governo di non concordare con le opposizioni la data del referendum e di ignorare l’oltre mezzo milione di firme raccolte in meno di un mese, con l’evidente obiettivo di strozzare il dibattito e sfavorire la partecipazione al voto, dimostra un disprezzo per il Parlamento e per gli elettori che non ha precedenti nella storia delle riforme costituzionali – continua – Un motivo in più per votare No: non solo per spazzare via una riforma che stravolge gli equilibri costituzionali e, con essi, la garanzia di una legge uguale per tutti, ma anche per far passare all’esecutivo e alla maggioranza la voglia di ‘democrazia del capo’, la riforma costituzionale del premierato che sta a cuore alla Meloni”.
Stiamo vedendo proprio in questi giorni, in altri paesi, quali derive si possano rapidamente innescare dove il potere giudiziario non sia indipendente dal potere politico. La rimonta del No è già a buon punto. Abbiamo altri due mesi per vincere una sfida da cui dipende il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti – conclude Bachelet – Li affronteremo con il massimo dell’impegno e della determinazione di cui siamo capaci, sicuri che saranno sufficienti a sconfiggere chi pretende pieni poteri: a bonificare e far defluire nei tombini, proprio a partire dal nostro Paese, l’onda nera che cerca di inquinare il pianeta rubandoci la pace, la libertà, l’uguaglianza e la fraternità”.

Foto © Imagoeconomica 

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