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Secondo quanto riferito dai rappresentanti del M5S nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato, “sulla base di quanto emerge dalla trasmissione Report, la segretezza del lavoro dei magistrati sembra esposta a pericoli inquietanti”. I parlamentari chiedono che il governo chiarisca immediatamente quanto accaduto nel 2024, quando la procura di Torino avrebbe segnalato che, attraverso il software Ecm, i computer degli uffici giudiziari risultavano accessibili da remoto senza autorizzazione dell’utente e senza lasciare traccia. Nonostante ciò, un dirigente del ministero della Giustizia avrebbe imposto l’installazione del programma Ecm, specificando che l’ordine proveniva da Palazzo Chigi e che l’esigenza era quella di garantire la controllabilità dei computer.
I rappresentanti del M5S ricordano inoltre che “il ministro Nordio la settimana scorsa ha fatto affermazioni arroganto e superficiali del tutto contraddette dalla ricostruzione di Report”. A parlare sono Stefania Ascari, Anna Bilotti, l’ex procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, Valentina D'Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e l’ex procuratore generale di Palermo e oggi senatore Roberto Scarpinato.

Nel corso della trasmissione, spiegano, “Report ha mostrato una circolare firmata da un direttore generale del ministero che risponde ad una comunicazione ricevuta dal Piemonte: questo dimostra che al ministero l’allarme su Ecm era arrivato”. Da qui una serie di domande rivolte al ministro: “Nordio deve spiegare perché la sua capo di gabinetto Bartolozzi ha voluto secretare gli atti su Ecm, cosa hanno da nascondere? Nordio è in grado di smentire con elementi seri che i computer di lavoro dei magistrati siano spiabili? Può negare prove alla mano che questo allarme sia stato sottovalutato o, peggio, insabbiato? Cosa ha da dire sul fatto che il suo dirigente avrebbe invitato i tecnici informatici a non dare troppe informazioni ai giudici?”.
Secondo gli esponenti del M5S, anche “la presidente Meloni non può tacere di fronte all’ipotesi che sia stata proprio la presidenza del Consiglio a imporre di andare avanti con l’installazione e l’utilizzo del software che può ‘bucare’ i computer dei magistrati”. La vicenda, aggiungono, rappresenta “un enorme rischio per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e della riservatezza del suo lavoro” e riguarda “la nostra stessa democrazia”. Per questo, concludono, “non sono tollerabili spocchia, menefreghismo o arroganza da parte del governo Meloni”. 

Foto © Imagoeconomica

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