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Il referendum sulla giustizia ha riaperto un dibattito profondo e complesso sul ruolo della magistratura, sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sulla reale efficacia degli strumenti di riforma. In questo contesto, Piera Aiello, testimone di giustizia, già parlamentare e simbolo di un’antimafia fondata sulla Costituzione, ha assunto una posizione netta, schierandosi per il No al quesito referendario. Con lei abbiamo analizzato le ragioni di questa scelta, che affonda le radici nella tutela dell’indipendenza della magistratura e nella difesa dei presìdi costituzionali.

Perchè ha ritenuto necessario schierarsi apertamente per il No al referendum sulla giustizia?

Perché questo referendum, nel suo complesso, non affronta i veri nodi strutturali della giustizia italiana. I quesiti proposti intervengono in modo parziale, talvolta ideologico, su temi delicatissimi, rischiando di indebolire, anziché rafforzare, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Da testimone di giustizia e da cittadina che ha affidato la propria vita allo Stato, so bene quanto una magistratura forte, libera e credibile sia essenziale, soprattutto nella lotta alle mafie. 

Uno dei quesiti più discussi riguarda la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante. Perché votare No?

Perché la separazione delle carriere non è una riforma neutra. Essa incide sull’assetto costituzionale della magistratura disegnato dai Costituenti, che hanno voluto un ordine giudiziario unitario proprio per evitare gerarchie e subordinazioni. Separare le carriere significa, nel lungo periodo, esporre la magistratura requirente al rischio di un maggiore controllo politico o governativo. E questo, per chi combatte sistemi criminali potenti e organizzati, sarebbe un arretramento gravissimo. 

C’è chi sostiene che questo referendum serva a “punire” una magistratura percepita come corporativa. Come risponde a questa lettura?

È una narrazione semplicistica e pericolosa. Gli errori e le degenerazioni esistono e vanno affrontati, ma non si correggono smantellando le garanzie costituzionali. La giustizia non può essere riformata per via referendaria con interventi chirurgici mal calibrati. Serve una riforma organica, seria, parlamentare, che distingua tra responsabilità individuali e funzione costituzionale della magistratura. 

Lei ha spesso parlato di Costituzione come “argine” contro le mafie. Questo referendum mette a rischio quell’argine?

Sì, lo mette a rischio, perché interviene su equilibri delicatissimi senza una visione costituzionale complessiva. Le mafie prosperano quando lo Stato è debole, frammentato, delegittimato. Una magistratura percepita come indebolita o condizionabile è un regalo alle organizzazioni criminali. Per questo dico che il No non è una scelta conservatrice, ma una scelta di responsabilità democratica. 

Cosa direbbe ai cittadini indecisi o tentati dall’astensione?

Direi di informarsi, di non fermarsi agli slogan, e soprattutto di comprendere che la giustizia non è un tema tecnico riservato agli addetti ai lavori. Riguarda i diritti di tutti, la sicurezza, la libertà, la dignità delle persone. Votare No significa difendere la Costituzione e pretendere riforme migliori, non rinunciare al cambiamento.

In conclusione, qual è il messaggio politico e civile del suo No?

Il mio No è un atto di fiducia nella Costituzione e nello Stato di diritto. È un No contro le scorciatoie, contro le riforme simboliche, contro l’idea che si possa risolvere una crisi complessa con strumenti inadeguati.
In chiusura, Piera Aiello ha voluto rivolgere lo sguardo oltre il referendum, richiamando l’urgenza di una riforma della giustizia che non sia ideologica, ma profondamente ancorata alla realtà di chi ha scelto di stare dalla parte dello Stato.
«Io auspico davvero che il Parlamento abbia il coraggio di affrontare una riforma seria e concreta della giustizia, soprattutto in materia di testimoni e collaboratori di giustizia. È una ferita ancora aperta del nostro ordinamento. Chi rompe il silenzio, chi denuncia, chi decide di non piegarsi alle mafie, non può essere lasciato solo dopo aver fatto la scelta più difficile. Oggi, troppo spesso, i testimoni di giustizia e i loro familiari vivono una condizione di abbandono istituzionale, di isolamento sociale ed economico, pur continuando a essere esposti agli stessi rischi. La tutela non può fermarsi alla persona che testimonia. Deve estendersi ai familiari, ai figli, alle vite che vengono stravolte per sempre. Servono strumenti normativi più efficaci, percorsi di reinserimento reali, sostegni concreti e continui nel tempo. Questa sì sarebbe una riforma di civiltà, una riforma capace di rafforzare la fiducia nello Stato e di colpire davvero le mafie, perché senza la protezione di chi collabora con la giustizia, la legalità resta una parola vuota».

*Studente di Giurisprudenza e scrittore) 

Foto © Imagoeconomica

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