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Spari, petardi e messaggi simbolici attorno alla parrocchia: segnali che potrebbero andare ben oltre la semplice bravata 

 Con il passare del tempo prende sempre più forma l’idea che la chiesa di San Filippo Neri, nel quartiere Zen di Palermo, sia da tempo oggetto di violenze e intimidazioni mirate. L’ultimo episodio risale alla notte tra sabato e domenica scorsa, quando una volante della polizia ha notato un pupazzo appeso a un muretto di via Nedo Nadi, a pochi passi dalla parrocchia. Il pupazzo era vestito con un saio francescano e aveva un cappio stretto al collo. Un dettaglio tutt’altro che secondario, che ha fatto immediatamente scattare l’allarme. Il pensiero degli investigatori è corso inevitabilmente al parroco del quartiere, padre Giovanni Giannalia.

Ben prima del ritrovamento del pupazzo, la chiesa era già finita nel mirino di ignoti. All’inizio di gennaio, alcuni colpi di pistola erano stati esplosi contro il complesso parrocchiale, ad altezza d’uomo, danneggiando strutture e impianti. Un gesto che il parroco aveva subito definito difficile da liquidare come semplice vandalismo. Tra la fine di dicembre e i giorni successivi, si erano verificati altri atti inquietanti, tra cui l’esplosione di un petardo e nuovi spari contro un ingresso secondario.

Tornando a quello che appare come l’ultimo messaggio intimidatorio, il pupazzo con il saio francescano e il cappio al collo è stato sequestrato e sono scattati gli accertamenti del caso. Dopo alcune verifiche, la polizia ha individuato l’autore del gesto. Stando a quanto riferito da Repubblica, si tratterebbe di un piccolo pregiudicato, che avrebbe fornito una spiegazione ritenuta priva di collegamenti con le recenti tensioni. L’uomo ha raccontato di aver trovato il pupazzo per strada settimane prima degli spari e di aver agito senza una ragione precisa.

Secondo la versione fornita dall’autore, dunque, si tratterebbe di un gesto dettato dalla goliardia e dall’insensatezza. Tuttavia, la successione ravvicinata degli episodi, il loro contenuto simbolico e il contesto in cui sono maturati impongono cautela. Anche qualora si trattasse di singoli gesti, forse slegati o riducibili a bravate, il rischio è quello di normalizzare segnali che, letti nel loro insieme, raccontano altro. Soprattutto in un quartiere storicamente segnato da fragilità sociali e tensioni irrisolte, come lo Zen di Palermo. 

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