L’Associazione nazionale funzionari di polizia ha deciso di prendere posizione sulla recente condanna pronunciata nel giudizio di appello-bis dalla Corte d’Appello di Firenze per il caso Shalabayeva, esprimendo “profonda vicinanza umana e sostegno istituzionale ai cinque funzionari recentemente condannati”. Una vicenda che, a distanza di dodici anni, continua a produrre conseguenze dolorose sul piano personale e professionale e che, secondo l’Associazione, impone una riflessione più ampia sul rapporto tra legalità, operatività e certezza del diritto. È questo il senso della lettera inviata dal segretario dell’Anfp, Enzo Marco Letizia, ai ministri dell’Interno e della Giustizia, Matteo Piantedosi e Carlo Nordio, e per conoscenza al capo della Polizia, Vittorio Pisani.
Nel ripercorrere i fatti, Letizia ricorda che la vicenda trae origine dal 2013, quando operatori della Polizia di Stato furono impegnati nella ricerca del marito di Alma Shalabayeva, ricercato a livello internazionale e segnalato in più Paesi all’Interpol. In quel contesto, la donna, entrata irregolarmente in Italia e trovata in possesso di documenti ritenuti all’epoca non validi, venne accompagnata all’Ufficio Immigrazione per l’applicazione delle procedure previste dalla normativa vigente. Un intervento che, sottolinea l’Associazione, avvenne nell’ambito di un obbligo giuridico preciso: verificare la presenza di un latitante internazionale e, accertata l’irregolarità documentale, applicare le norme in materia di immigrazione. Non farlo avrebbe configurato un’omissione di atti d’ufficio, un elemento che, secondo Letizia, non può essere rimosso dal dibattito pubblico.
La lettera richiama poi la sentenza del 2022 della Corte d’Appello di Perugia, che aveva assolto integralmente i cinque funzionari con una decisione ampia e dettagliata, oltre 400 pagine, nella quale si escludevano complotti, forzature o condotte arbitrarie, confermando che le procedure erano state applicate nel rispetto delle norme. Una pronuncia definita “chiara, logica, fondata su un approfondito esame dei fatti”. Successivamente, nel nuovo giudizio celebrato a Firenze, anche la pubblica accusa aveva chiesto l’assoluzione, ritenendo insussistenti i presupposti penali e confermando che l’operato dei funzionari rientrava nel quadro normativo e informativo del tempo. Nonostante ciò, la Corte ha nuovamente ribaltato il quadro, arrivando a una condanna per sequestro di persona.
Secondo l’Anfp, una progressione processuale così oscillante – dalla condanna all’assoluzione, dall’annullamento a una nuova condanna – genera inevitabilmente incertezza sistemica. Diventa difficile comprendere come condotte ritenute legittime in un giudizio possano essere qualificate come illecite anni dopo, peraltro in contrasto con le stesse requisitorie del pubblico ministero. Questo esito, osserva Letizia, mette in luce un nodo centrale: se l’interpretazione della legge oscilla fino a produrre sentenze opposte, come può un dirigente di Polizia agire con serenità di fronte a decisioni che richiedono prontezza, responsabilità e assunzione di rischio personale? Il principio di legalità, viene sottolineato, vive anche di prevedibilità, e quando questa viene meno si incrina la capacità operativa dello Stato.
La lettera insiste sulle ricadute concrete di questa incertezza: chi opera nella sicurezza pubblica decide in tempo reale, spesso in condizioni complesse, basandosi su norme, prassi e informazioni disponibili. La prospettiva che decisioni doverose, documentate e amministrativamente tracciate possano essere reinterpretate dodici anni dopo come reati genera smarrimento e mina la fiducia necessaria per assumere responsabilità quotidiane. L’Associazione parla di un rischio di estremizzazione interpretativa del diritto, capace di trasformare in colpa ciò che è compito, fino a porre una domanda drammatica per ogni servitore dello Stato: cosa deve fare un funzionario, se l’omissione è reato e l’azione diligente può diventarlo con il senno di poi?
Tra i funzionari coinvolti, ricorda ancora Letizia, figura Renato Cortese, il dirigente che guidò l’operazione che portò alla cattura di Bernardo Provenzano e che per decenni ha combattuto mafia, ’Ndrangheta e corruzione avendo come unica bussola la Costituzione, la legge e lo Stato. Un investigatore stimato per rettitudine, equilibrio e rigore morale, la cui vicenda personale, secondo l’Anfp, stride con l’intero percorso professionale e genera non solo dolore umano, ma anche una preoccupazione di carattere istituzionale. Un messaggio che, avverte l’Associazione, non deve trasformarsi in un precedente culturale capace di indebolire il rapporto di fiducia tra istituzioni e servitori dello Stato.
Nelle conclusioni, l’Associazione nazionale funzionari di polizia ribadisce che “la sicurezza si regge sulla fiducia, non sulla paura di decidere”. Se lo Stato chiede coraggio, deve garantire tutela; se chiede responsabilità, deve assicurare certezza; se chiede sacrificio, non può lasciare soli i propri funzionari. Confermando pieno sostegno ai colleghi coinvolti, l’Anfp ritiene indispensabile che vicende di tale portata trovino una definizione chiara, coerente e rispettosa dei principi del diritto, affinché gli operatori possano continuare a servire il Paese con serenità, fermezza e spirito di servizio, senza il timore di processi infiniti che logorano vite, reputazioni e carriere. Con la fiducia che la magistratura possa ristabilire equilibrio e proporzionalità, l’Associazione rinnova la propria vicinanza ai funzionari condannati e riafferma l’impegno nella salvaguardia della dignità professionale dei dirigenti della Polizia di Stato, convinta che le istituzioni democratiche si rafforzino quando riconoscono e proteggono chi opera con lealtà, correttezza e dedizione assoluta alla Repubblica.
Foto © Imagoeconomica
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