A Firenze un vecchio verbale rilasciato ai magistrati di Napoli da Maurizio Ferraiuolo. Al tempo, insieme allo zio, si sarebbe occupato del trasporto dell’esplosivo
Emergono nuovi particolari sula strage del Rapido 904, avvenuta il 23 dicembre 1984 a San Benedetto Val di Sambro. A riferirli ai magistrati di Napoli fu il pentito Maurizio Ferraiuolo, che nel lontano 2013 rivelò ai pm di aver guidato la Bianchina usata per trasportare l'esplosivo e le dinamiche precedenti all’attentato che lo videro protagonista, nonostante i suoi soli 11 anni (all’epoca), assieme allo zio Mario Ferraiuolo. I magistrati scrissero una decina di pagine di verbale finite agli atti di un'inchiesta su presunte infiltrazioni criminali nella sanità campana. La Procura di Firenze nel 2023, sotto la gestione dell'ex procuratore Filippo Spiezia, le acquisì in un nuovo fascicolo dove più di recente è stato iscritto l'ex boss di Forcella Raffaele Stolder, proprio sulla scorta del verbale sottoscritto nel 2013. Un fascicolo aperto, un nuovo indagato (secondo quanto anticipato dal quotidiano La Nazione), un racconto ricco di nomi e particolari anche se difficilmente riscontrabili. Il primo nome fatto dal pentito è proprio quello dello zio Mario Ferraiuolo, ucciso nel 2000, dopo un lungo periodo di detenzione (nel corso del quale aveva fornito alcune dichiarazioni sulla strage, poi ritrattate). “Mio zio Mario custodiva armi ed esplosivi che servivano per rapine ed attentati perpetrati sia dai clan di Forcella che dalla Sanità”, raccontò il nipote.
Ferraiuolo cita anche l'ex boss della Sanità Misso che però fu assolto definitivamente dall'accusa di strage, dopo un lungo processo nato dall'inchiesta dell'allora pm fiorentino Pier Luigi Vigna.
“Ricordo perfettamente che una sera del dicembre del 1984 mio zio Mario Ferraiuolo prelevò una valigia che conteneva l'esplosivo poi messo sul treno”. Più nello specifico, “l’esplosivo era custodito in una vecchia bianchina 600 Van bianca, tipo familiare, e cioè con i finestrini chiusi dietro”.
“All'interno di questa auto, parcheggiata in via Ottavio Tupputi, all'altezza del civico 20, dove c'era il basso di mia zia nonna Antonietta (ovviamente estranea a questa vicenda, ndr), c'erano appunto due valigie: una conteneva l'esplosivo, l'altra le armi”. Ancora, riferì ai pm di Napoli il pentito. “Mio zio nascose la valigia con le armi in un buco accanto al basso di mia nonna, dove mio nonno conservava le canne da pesca; io, che avevo poco più di dieci anni, guidavo la Bianchina dove c'era nascosta la valigia con l'esplosivo e fui io a portarla fino al Bar Mexico, scortato da altre due auto, due A112 targate entrambe NA B3 (lo ricordo perché erano prese in leasing con cambiali che poi non venivano onorate), in una delle quali c'era mio zio Mario Ferraiuolo, (che in quel momento rispondeva al clan della Sanità), che guidava con accanto Carmine Luongo e tale "mozzone" di cui non ricordo il nome; nell'altra tale "Barbarossa", sempre riconducibile alla Sanità”. Dunque? “Ci fermammo davanti al Bar Mexico, angolo piazza Garibaldi, di fronte all'entrata laterale della stazione centrale. Le tre macchine erano ferme davanti al Bar Mexico, io rimasi nella Bianchina, mio zio Mario prelevò la borsa e insieme al Luongo, al Barbarossa e al Mozzone, si avviarono all'interno della stazione centrale; dopo un po' di tempo, non saprei dire quanto, ma non moltissimo, tornarono tutti indietro senza valigie”.
“Mio zio non mi disse all'epoca cosa ci fosse all'interno di quelle valigie, né io - a quell'età -, ero solito leggere giornali o guardare i telegiornali. Sulle prime, mio zio non mi disse niente, sebbene io a quell'età fossi già anzi tempo cresciuto (esperto, ndr), tanto da partecipare all'omicidio Avagliano e moltissimi altri reati. Solo nel 1989-1990, mio zio mi raccontò come erano andate le cose e mi disse che all'interno di quella valigia - custodita nell'auto che io avevo portato alla stazione - c'era l'esplosivo che aveva fatto saltare il treno: me lo disse con le lacrime agli occhi”. Poi un altro retroscena, riguardante il destino di un giovane affiliato al clan della Sanità, Carmine Luongo, ucciso poco tempo dopo la strage del treno in circostanze misteriose. “Mi disse (lo zio, ndr) che aveva salvato la vita a Carmine Luongo, al quale era stato affidato l'incarico di condurre la valigia (quella con l'esplosivo) a Bologna. Era riuscito a convincere il Luongo a non salire sul treno, convincendolo a nascondere quella valigia e poi a lasciare il convoglio prima della partenza, facendogli credere che si sarebbe incaricato lui di contattare i destinatari di Bologna (che in realtà non esistevano)”.
“Mi disse che queste cose erano state dette e da lui ritrattate dopo le minacce ricevute in carcere e dalla sua stessa famiglia”.
