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In diretta sul Fatto la presentazione del libro “Mani legate” e il dibattito sulla riforma Nordio e i rischi per cittadini e magistratura

"Qui non stiamo parlando di una riforma che migliora la vita dei cittadini o che rende la giustizia più veloce: stiamo mettendo mano agli anticorpi democratici che servono a impedire al potere politico di prendersi la giustizia". Con questo avvertimento netto Piergiorgio Morosini ha aperto la presentazione online del libro “Mani legate” (ed. Paper First), trasmessa sul canale YouTube de Il Fatto Quotidiano, trasformando l’incontro in un confronto politico e civile di grande intensità. Nel dialogo con il direttore Peter Gomez e con gli altri autori, il dibattito ha subito chiarito che la riforma costituzionale Nordio non è una questione tecnica né una disputa tra addetti ai lavori. In gioco non c’è soltanto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma un cambiamento profondo degli equilibri tra i poteri dello Stato, con conseguenze dirette per i cittadini e per la tenuta stessa della democrazia. 
Piergiorgio Morosini ha subito chiarito che il cuore della riforma va cercato nel suo “carburante ideologico”. A suo avviso, le parole pronunciate dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano sono state rivelatrici: l’idea che la magistratura aggiri la volontà popolare, che “crei norme che non ha fatto il Parlamento”, che rifiuti di applicare atti del governo – come nel caso del decreto Paesi sicuri – e che arrivi perfino a “selezionare per via giudiziaria chi deve governare” attraverso indagini e processi su chi ricopre cariche pubbliche. È questa, secondo Morosini, la tesi politica che ha preparato il terreno alla riforma e che spiega le soluzioni adottate. 
Rispondendo alle sollecitazioni di Gomez, Morosini ha smontato l’idea che l’autonomia dei pubblici ministeri resterebbe intatta. Il punto decisivo, ha spiegato, è la riscrittura dell’organo di garanzia dell’indipendenza della magistratura: il Consiglio superiore viene diviso in due, i componenti togati vengono sorteggiati, mentre quelli laici restano di fatto nelle mani della maggioranza politica, che può scegliere l’elenco da cui estrarli con una maggioranza semplice. Un meccanismo che, a suo giudizio, consente alla politica di controllare “in blocco” i due Csm, per di più privati della competenza disciplinare. Così viene smantellato l’assetto pensato dai costituenti del 1948 per proteggere l’autonomia dei magistrati, proprio su quelle leve – nomine, trasferimenti, carriere – che in epoca pre-costituzionale venivano usate per condizionare i processi sensibili.
Morosini ha inoltre allargato il campo oltre il penale, ricordando come l’“allergia” verso la magistratura riguardi anche la giustizia civile e le relazioni industriali. Ha citato l’inchiesta della Procura di Milano che ha portato alla regolarizzazione di 50 mila lavoratori precari: un risultato ottenuto non grazie a un’iniziativa politica, ma all’azione giudiziaria. Un esempio concreto di come l’intervento dei magistrati possa incidere su diritti sociali che la politica lascia scoperti.
Antonella Mascali ha inserito il tema dentro la visione politica del governo Meloni, sintetizzata, secondo lei, nel principio del “non disturbate il manovratore”. La sicurezza, ha spiegato, viene scaricata sui magistrati accusati di “scarcerare” e di non applicare le leggi del governo, alimentando l’idea che la magistratura debba essere allineata alla politica. Mascali ha insistito sul fatto che il vero pericolo non sta tanto in ciò che la riforma dice esplicitamente, quanto in ciò che prepara: una volta modificata la Costituzione, basterebbe una legge ordinaria per togliere al pubblico ministero il controllo sulla polizia giudiziaria. A quel punto, ha avvertito, “il gioco è fatto”: il pm diventerebbe un avvocato dell’accusa, uno “sceriffo”, mentre le forze di polizia risponderebbero direttamente ai ministri.
Di fronte all’obiezione sollevata da Gomez sulla “correntocrazia” e sul potere dei magistrati nelle carriere, Mascali ha risposto che il sorteggio non elimina affatto le correnti e anzi delegittima la magistratura. Il paragone è stato netto: “Sorteggiamo pure i chirurghi che devono andare in sala operatoria”. Ancora più grave, secondo lei, è il “finto sorteggio” dei laici, che lascia intatto il controllo politico.
Morosini è tornato sul ruolo del Csm, ricordando che non è un semplice organo amministrativo ma un organo di rilevanza costituzionale, presieduto dal Presidente della Repubblica, chiamato a definire la linea generale dell’organizzazione della giustizia, a partecipare a contesti internazionali e a fornire pareri a Parlamento e governo. Funzioni che richiedono visione, cultura giuridica e pluralismo. Le cosiddette correnti, ha sottolineato, nascono dalla libertà di associazione garantita dalla Costituzione e riflettono diverse concezioni del servizio giustizia. Anche richiamando il caso della mancata nomina di Giovanni Falcone, Morosini ha ricordato che non tutto può essere ridotto a scambi di potere: spesso i gruppi si sono spaccati al loro interno, e le chat emerse dall’inchiesta di Perugia mostrano una dialettica complessa, non un blocco monolitico.
Nel dibattito, Gomez ha evidenziato uno degli argomenti più forti contro la riforma: per i cittadini, anche se vincesse il sì, cambierebbe poco o nulla sui problemi reali, a partire dalla durata interminabile dei processi. La separazione delle carriere non accorcia i tempi, non evita errori giudiziari – come dimostra il caso Tortora – e rischia anzi di produrre pubblici ministeri sempre più simili a “super poliziotti”.
Su questo punto Mascali ha ribattuto che, se è vero che la lentezza resterebbe, la vita dei cittadini potrebbe peggiorare: la legge non sarebbe più uguale per tutti a causa della prevalenza della politica, e l’equilibrio tra accusa e giudice verrebbe meno, lasciando spazio a un pm sempre più potente e politicamente condizionabile.
Morosini, infine, ha contestato l’idea che “non cambi nulla”. È vero, ha ammesso, che la riforma non riduce di un giorno i tempi dei processi, con conseguenze pesantissime per lavoratori licenziati ingiustamente o per donne e minori vittime di violenza. Ma cambia anche la fisionomia del pubblico ministero, sempre più separato dal giudice, dalla formazione comune e dall’organizzazione condivisa del lavoro. In questo assetto, ha avvertito, il pm rischia “torsioni comportamentali” e un approccio più orientato al risultato investigativo che ai diritti delle persone. Un rischio tutt’altro che astratto, soprattutto se si pensa a strumenti come le misure precautelari del codice rosso, capaci di incidere in modo devastante sulla vita delle famiglie.
Non una semplice riforma o una mera revisione dell’assetto giudiziario. Al contrario, da un lato una resa dei conti contro quella magistratura che ha avuto il coraggio di alzare il livello delle indagini; e dall’altro lato un passaggio cruciale nel rapporto tra poteri dello Stato che danneggia fortemente i cittadini e quindi la democrazia. Ed è su questo terreno, ben oltre gli slogan, che il referendum chiamerà i cittadini a decidere probabilmente il prossimo 22-23 marzo.

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