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Report rivela le mail contenute negli “Epstein Files”: il magnate chiese aiuto a un ex 007 israeliano e all’ex premier Barak per condizionare il processo sulle vittime dell’amianto 

Non solo la rete di prostituzione minorile di cui avrebbero beneficiato politici, imprenditori, artisti e potenti di turno. Dagli “Epstein Files” - il materiale documentale del miliardario pedofilo JeffreyEpstein che sta facendo tremare l’establishment americano, e non solo, e che è in possesso del Dipartimento di Giustizia - emergono anche elementi scandalosi relativi ai condizionamenti che altissimi membri dei servizi segreti israeliani e uomini di primo piano del governo d’Israele avrebbero esercitato (o tentato di esercitare) su uno dei maxi-processi italiani più importanti degli ultimi vent’anni: quello sul disastro della Eternit S.p.A.
A rivelarlo è la trasmissione Report. Alla sbarra era finito Stephan Schmidheiny, miliardario svizzero e patron dell’azienda che esportava manufatti in amianto in tutto il mondo. La multinazionale, che aveva uno stabilimento a Casal Monferrato (Alessandria), fu responsabile della morte di migliaia di lavoratori e cittadini a causa dell’inalazione delle fibre di amianto, che provocano in chi le respira il mesotelioma, una forma di tumore incurabile.
Eternit aveva fabbriche anche nel Centro Italia (a Rubiera), al Sud (a Bagnoli) e all’estero: tutti luoghi in cui si sono registrate gravi patologie. Un disastro ambientale colossale per il quale Schmidheiny fu processato e poi condannato dal tribunale di Torino per disastro ambientale e strutturale. Al processo si costituirono oltre 6000 parti civili.
Gli investigatori accertarono che Schmidheiny e i suoi dirigenti erano al corrente della pericolosità dell’amianto già dagli anni ’70. Per questo motivo il magnate fu condannato in primo grado a 16 anni e in secondo grado a 18 anni di carcere. Se confermata in Cassazione, quella condanna avrebbe potuto aprire la strada a numerosi processi in Europa.
È proprio dopo la pronuncia dei giudici d’appello, e prima che i legali del magnate presentassero ricorso in Cassazione, che - come emerge dalle mail riservate rivelate da Report - si attivò l’ex braccio destro di Schmidheiny. Si tratta del finanziere svizzero Heinz Pauli che, nell’autunno del 2013, nel tentativo di evitare una condanna definitiva, scrisse ad Avner Azulay, all’epoca alto ufficiale del Mossad in servizio in Europa, il quale a sua volta coinvolse Ehud Barak (a Report Schmidheiny nega di aver incaricato Pauli in questa attività). 


epstein azulay


L’allora primo ministro israeliano, nonché figura chiave dell’intelligence del Paese, aveva come punto di riferimento Jeffrey Epstein. Report, analizzando le migliaia di mail contenute negli “Epstein Files”, ha scoperto l’esistenza di una rete capace di intrecciare gli interessi della politica, della finanza, dell’industria della sorveglianza e dei procedimenti giudiziari anche in Italia. Barak si attivò insieme ad ex agenti del Mossad per salvare dal carcere Schmidheiny (nelle mail ribattezzato “STS”) e proteggerlo da un eventuale arresto, offrendo persino la propria disponibilità a garantirgli la latitanza.


Il piano della rete israeliana per scagionare il miliardario

Nel settembre del 2013 Pauli chiese formalmente l’intervento di Avner Azulay, il quale informò subito Barak inoltrandogli le sentenze di Torino ricevute da Pauli. Nelle comunicazioni il processo veniva descritto come “assurdo” e Schmidheiny come “salvatore di vite umane”. Parole di stima e di aperta disponibilità del tutto singolari da parte dello 007 israeliano, soprattutto se si considera che la famiglia Schmidheiny aveva intrattenuto affari in Germania durante il Terzo Reich, come ricostruisce Report.

In ogni caso, il rapporto epistolare tra il braccio destro di Schmidheiny e Azulay - sottolinea la trasmissione - fu continuo e riservato. Il gruppo si incontrò anche in Israele per affrontare direttamente la questione processuale legata alla Eternit.

Nonostante le compromissioni della famiglia Schmidheiny con il regime nazista, l’ex primo ministro Barak, tramite Azulay, manifestò più volte la propria disponibilità ad aiutare l’imputato svizzero. Nelle mail si parla apertamente di far “deragliare il treno” della giustizia italiana. Gli avvocati dell’imprenditore, tuttavia, si mostrarono più prudenti, preferendo una strategia meno clamorosa: “lavorare in modo discreto nei circoli della ‘società’ romana (quindi politici, imprenditori e magistrati dei salotti della Capitale, ndr), parlando in maniera non aggressiva con i leader di opinione e spiegando che una decisione negativa della Cassazione potrebbe danneggiare l’Italia nel suo complesso”, scoraggiando la comunità internazionale degli investimenti e degli affari dal fare business nel Paese per anni.


ehud barak report

Qualora l’azione della lobby israeliana non fosse stata sufficiente, il gruppo si sarebbe comunque preparato allo scenario più estremo. Se Schmidheiny fosse stato condannato in Cassazione, l’allora primo ministro Barak avrebbe dovuto individuare una soluzione per sottrarlo all’arresto da parte della polizia italiana.

“Più avanti, tra qualche mese - scriveva Pauli - una volta nota la decisione bisogna creare un’iniziativa internazionale e cercare di indurre le autorità italiane a revocare, rivedere o annullare la sentenza della Cassazione. Qualora la pena detentiva venisse confermata e ‘STS’ fosse costretto a risiedere entro i confini svizzeri, sarebbe interessato a parlare con te della propria sicurezza in relazione a un possibile mandato d’arresto europeo”.


Familiari delle vittime e pm spiati, e la sentenza della Cassazione

Il coinvolgimento del Mossad rappresentava però soltanto l’ultima spiaggia orchestrata da Schmidheiny per evitare il carcere. Molti anni prima della sentenza d’appello, l’imprenditore svizzero aveva già messo in piedi un articolato sistema per influenzare l’opinione pubblica italiana e depistare eventuali indagini giudiziarie e giornalistiche, affidandosi all’esperto di pubbliche relazioni Guido Bellodi. I metodi utilizzati da Bellodi emersero soltanto nel 2005, quando la polizia sequestrò nel suo ufficio il documento passato alla storia come “Manuale Bellodi”.

Alla base del “Manuale” vi era un sistema per resistere alle pressioni della stampa e della magistratura, articolato su quattro livelli di contenimento, con l’obiettivo di impedire che il nome di Schmidheiny emergesse. Per svolgere il suo incarico Bellodi aveva assoldato una rete di spie operative in tutta Italia, infiltrando persino l’associazione delle vittime dell’amianto attraverso Maria Cristina Bruno, una giornalista che per questo verrà radiata dall’Ordine dopo aver spiato e relazionato per decenni sulle riunioni dell’associazione. 


heinz pauli report

Le spie operarono anche sulla Procura di Torino, con lo scopo di conoscere in anticipo le mosse dei pm. Già dagli anni ’90, come dimostra un documento inedito pubblicato da Report, l’attività di intelligence aveva preso di mira il pm torinese Raffaele Guariniello, titolare del fascicolo Eternit. Il sistema di spionaggio durò almeno vent’anni, così come i tentativi di depistaggio.

Schmidheiny arrivò inoltre a offrire ingenti somme di denaro al Comune di Casale Monferrato - si parlava di 18,3 milioni di euro - affinché rinunciasse a costituirsi parte civile. I giornali dell’epoca parlarono di “offerta del diavolo”. Nel dicembre 2011 il Comune accettò inizialmente la proposta, salvo poi tornare sui propri passi dopo l’indignazione dei familiari delle vittime.

Il processo ebbe quindi luogo: il patron di Eternit venne condannato in primo grado nel 2012 e in secondo grado nel 2013. Il 19 dicembre 2014 arrivò la tanto attesa pronuncia della Cassazione, che annullò le sentenze precedenti dichiarando prescritto il reato di disastro ambientale doloso, accogliendo la richiesta del sostituto procuratore generale Francesco Mauro Iacoviello.

Il magistrato, ricorda la trasmissione, era già stato in passato al centro di polemiche per conclusioni giudiziarie riguardanti altri imputati eccellenti, dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti per i rapporti con Cosa Nostra al senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri (poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa). Sentito da Report, Iacoviello ha negato di aver subito pressioni. 

Resta il fatto che il giorno successivo alla sentenza della Cassazione il braccio destro di Schmidheiny scrisse dalla Svizzera ad Azulay. Pauli lo ringraziava per i servizi offerti da lui ed Ehud Barak: “Grazie per l’aiuto e per gli sforzi che hai compiuto a sostegno della causa di ‘STS’”. La risposta fu lapidaria: “Tutto ciò che abbiamo fatto è stato offrire i nostri servizi, un saluto”. 

Di quali servizi si sia trattato, a distanza di undici anni, non è ancora dato sapere. Lo stesso vale per Schmidheiny, di cui si sono perse le tracce dopo l’uscita dai radar mediatici. 

In Italia, tuttavia, il miliardario svizzero non ha ancora chiuso i conti con la giustizia. Lo scorso aprile è stato condannato in appello nel processo “Eternit bis” a 9 anni di carcere per omicidio colposo, in relazione alla morte di 258 persone tra il 1989 e il 2014 e di altre 392 vittime dell’esposizione all’amianto nel territorio di Casale Monferrato.

Guarda la puntata di Report: clicca qui!

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