Sviluppo turistico o circuito chiuso? Quando l’accesso alle risorse segue sempre gli stessi percorsi
Questo articolo, che riproponiamo ai nostri lettori, è stato scritto in data 03-01-2026.
Il problema del bagarinaggio è datato e profondamente radicato, al punto da sembrare un fenomeno che fatica a trovare una soluzione definitiva. Nel tempo ha cambiato strumenti e canali, ma non la sua logica: intercettare l’accesso a un bene molto richiesto e trasformarlo in rendita attraverso la scarsità.
Recentemente, il Regno Unito ha avviato un piano drastico nel tentativo di arginare in modo strutturale la rivendita illegale di biglietti a prezzi maggiorati. Nei mesi scorsi, il governo britannico ha annunciato un pacchetto di misure che prevede il divieto del bagarinaggio online, la limitazione delle commissioni applicate dalle piattaforme e l’introduzione di un tetto al numero di biglietti rivendibili da un singolo soggetto rispetto a quelli acquistati inizialmente.
Le piattaforme di secondary ticketing sarebbero inoltre obbligate a verificare il rispetto di queste regole, con il rischio di sanzioni fino al 10 per cento del fatturato globale in caso di violazioni. Un intervento che arriva dopo anni in cui il problema è rimasto sostanzialmente irrisolto. La questione è esplosa in modo evidente con la disastrosa vendita dei biglietti per il tour di reunion degli Oasis. Migliaia di fan non sono riusciti ad acquistare i tagliandi ufficiali, salvo poi ritrovarli poco dopo sul mercato secondario a prezzi esorbitanti, in alcuni casi pari a diverse migliaia di sterline. Episodi simili si sono ripetuti anche per altri concerti molto attesi, come quelli dei Radiohead. Una circostanza che ha reso evidente come il sistema fosse ormai fuori controllo.
Il caso Colosseo: biglietti introvabili e prezzi gonfiati
In Italia la situazione non sempre appare diversa. Sebbene nel nostro Paese esista da anni una normativa specifica contro il bagarinaggio, la sua applicazione non ha sempre prodotto gli effetti sperati. La legge 11 dicembre 2016, n. 232, all’articolo 1, comma 545, vieta infatti ai soggetti non autorizzati, persone fisiche o giuridiche, la vendita di biglietti per eventi sul mercato secondario a prezzi maggiorati, prevedendo sanzioni anche molto elevate.
Eppure, nonostante questo quadro normativo, il fenomeno continua a persistere e fatica a essere arginato in modo definitivo.
Di esempi tutti italiani ce ne sono diversi, ma uno in particolare rappresenta in modo emblematico la questione: lo scandalo dei biglietti del Colosseo, esploso tra il 2023 e il 2024. Un sistema ben strutturato che, per anni, ha reso di fatto quasi impossibile acquistare online i biglietti al prezzo ufficiale, spingendo turisti e visitatori verso canali “alternativi” molto più costosi.
Il sito archeologico più visitato d’Italia vende i biglietti attraverso una piattaforma ufficiale. Formalmente i tagliandi risultavano disponibili, ma nella pratica sparivano in pochi secondi ogni giorno. Chi tentava l’acquisto online si trovava sistematicamente di fronte al tutto esaurito, salvo poi ritrovare gli stessi biglietti su portali privati, rivenduti sotto forma di pacchetti turistici e a prezzi anche tre o quattro volte superiori.
Anche in questo caso la scarsità dei biglietti era artificiale. Una quota rilevante veniva intercettata a monte da operatori turistici e piattaforme di rivendita, spesso grazie ad accessi privilegiati al sistema di prenotazione, acquisti automatizzati tramite l’uso di sofisticati algoritmi informatici, i cosiddetti “bot”, e accordi commerciali che finivano per favorire i pacchetti rispetto alla vendita singola.
Il risultato è stato quello più prevedibile: un mercato drogato, in cui il biglietto “normale” diventava l’eccezione e non la regola.
L’intervento dell’Antitrust
A far emergere il caso sono state le segnalazioni dei consumatori, le inchieste giornalistiche e, infine, l’intervento dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. L’Antitrust ha parlato esplicitamente di pratiche commerciali scorrette e di violazione dei principi di trasparenza e concorrenza, accertando come la disponibilità dei biglietti fosse sistematicamente falsata da un sistema consolidato che favoriva soggetti privati a danno dell’accesso pubblico a un bene culturale statale.
Un soggetto tutt’altro che marginale in questa vicenda è CoopCulture, uno dei principali gestori di servizi culturali in Italia, attivo da decenni nei maggiori musei e siti archeologici del Paese e particolarmente radicato a Roma e nel Lazio. Una posizione rilevante, considerando che per molti anni la cooperativa si è occupata anche della gestione dei servizi di biglietteria e vendita dei ticket per il Colosseo.
La stagione si è chiusa formalmente alla fine del 2023, quando la gestione è passata al Consorzio Nazionale Servizi. Ma quel passaggio non ha segnato un’uscita di scena dalla Capitale. Al contrario, CoopCulture ha continuato a presidiare una rete estesa di musei, siti archeologici, spazi espositivi e biblioteche, rivendicando il Lazio come uno dei territori chiave della propria crescita nel comparto culturale.
Ad ogni modo, la questione ha avuto anche un riflesso istituzionale, perché ha coinvolto indirettamente la gestione dei servizi museali, la concessione delle piattaforme di vendita e il rapporto tra pubblico e privato. Il vero spartiacque non è stato però il cambio di gestione del Colosseo, bensì la sanzione inflitta dall’Autorità Garante per pratiche commerciali scorrette legate alla vendita dei biglietti e ai fenomeni di bagarinaggio. Un provvedimento che ha colpito più operatori del settore e che, per CoopCulture, si sarebbe tradotto in una sanzione di diversi milioni di euro, all’interno di un quadro complessivo di multe che l’Autorità Garante ha quantificato in quasi 20 milioni di euro.
Secondo l’Autorità, la responsabilità non riguardava la rivendita diretta dei biglietti sul mercato secondario, ma la gestione del sistema di vendita ufficiale. In particolare, a CoopCulture è stato contestato di non aver adottato misure efficaci per impedire l’acquisto massivo dei tagliandi tramite software automatizzati e di aver contribuito, anche attraverso le modalità di allocazione dei biglietti, a una prolungata indisponibilità degli ingressi al prezzo base. Una dinamica che avrebbe favorito la diffusione dei pacchetti turistici più costosi, alterando il normale accesso dei consumatori a un bene culturale pubblico.
La domanda diventa allora quasi inevitabile: quanto è estesa oggi l’influenza di CoopCulture nel sistema culturale e turistico del Lazio? Il quadro che emerge è quello di un operatore di dimensioni industriali, con un fatturato che nel 2024 - riporta Roma Today - si sarebbe attestato intorno agli 81,5 milioni di euro, oltre 2.200 dipendenti e un costo del personale stimato attorno ai 50 milioni di euro annui.
Del resto, la presenza di CoopCulture a Roma è ampia e capillare. A Palazzo Merulana la cooperativa cura l’accoglienza, l’organizzazione del calendario culturale e la comunicazione digitale. Al MACRO compare nei servizi di controllo accessi e guardiania; a Castel Sant’Angelo gestisce la vendita dei biglietti, le audioguide e il bookshop; al Mattatoio opera su biglietteria e controllo accessi; al Palazzo delle Esposizioni segue i servizi al pubblico e le attività educative; al Museo etrusco di Villa Giulia cura la gestione del bookshop.
Fuori dalla Capitale, CoopCulture è attiva in alcuni dei principali siti del Lazio, dal Castello di Santa Severa al Santuario di Ercole Vincitore di Tivoli, fino a Villa Adriana.
L’ingresso nelle DMO e il nodo della concentrazione
Si tratta, dunque, di un operatore ampiamente inserito nella gestione ordinaria dei luoghi culturali. Lo conferma anche l’ingresso della cooperativa nel sistema delle DMO, le Destination Management Organization, organismi pensati per coordinare e promuovere una destinazione turistica in modo unitario. In questo contesto, CoopCulture risulterebbe coinvolta in almeno due DMO del Lazio, Etruskey come capofila e Tiberland come socia, cui si aggiunge un terzo livello rappresentato dalla DMO ES.CO dell’Esquilino, alla quale la cooperativa parteciperebbe indirettamente tramite un’associazione legata a Palazzo Merulana. Il dato politico che emerge è la continuità: la rete di DMO in cui ricorre la presenza di CoopCulture intercetta fondi pubblici in modo ricorrente. E questo rende centrale la domanda sull’impatto reale di questi finanziamenti.
Alla fine, il bagarinaggio non è soltanto una distorsione del mercato dei biglietti a danno dei consumatori. In alcune circostanze può diventare il sintomo di un modello che tende a riprodursi ogni volta che l’accesso a un bene pubblico viene intermediato da soggetti che, nel tempo, finiscono per controllare più passaggi della stessa filiera: dalla gestione alla promozione, fino all’intercettazione delle risorse pubbliche destinate al turismo.
Il caso del Colosseo lo ha mostrato con chiarezza. Quando il biglietto ordinario diventa un’eccezione e il “pacchetto” la regola, il problema smette di essere solo commerciale e assume una dimensione politica e sistemica. Lo stesso schema rischia di ripresentarsi, con forme diverse ma logiche simili, anche nel circuito delle DMO e dei finanziamenti pubblici per il turismo, soprattutto quando gli stessi attori compaiono allo stesso tempo come gestori, promotori e beneficiari.
L’onnipresenza delle grandi cooperative nel settore culturale e turistico non è di per sé un problema. Lo diventa quando la concentrazione di ruoli riduce la trasparenza e rende difficile capire dove finisca la valorizzazione e dove inizi la monopolizzazione. Il rischio, allora, è che il bagarinaggio non resti limitato ai biglietti, ma diventi il simbolo di un sistema più ampio, in cui anche i fondi pubblici, invece di sostenere uno sviluppo diffuso, continuano a circolare sempre negli stessi ambiti.
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