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Per i magistrati non sussiste alcuna rilevanza penale. Accademici in mobilitazione: “Liberate Shahin” 

Da settimane l’imam della moschea di San Salvario, Mohamed Shahin, 47 anni, è trattenuto all’interno del Cpr di Caltanissetta, mentre la Corte d’appello di Torino valuta se il suo trattenimento sia legittimo. Durante una manifestazione pro-Palestina, il 9 ottobre scorso, Shahin, figura centrale della comunità islamica torinese, aveva definito gli attacchi di Hamas non una violenza ma una “reazione”, salvo poi chiarire che intendeva rivendicare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Alle sue parole è seguito immediatamente un provvedimento di espulsione con un decreto firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, dopo che il Viminale avrebbe interpretato quelle frasi come una forma di sostegno al terrorismo. Non sono bastate nemmeno le precisazioni rese davanti ai giudici, con cui l’imam ha voluto chiarire di non aver mai avuto l’intenzione di appoggiare o sostenere Hamas. Sempre davanti ai giudici, Shahin, essendo un oppositore del presidente egiziano Fattah al-Sisi, ha ribadito di temere per la sua vita in caso di rimpatrio in Egitto, posizione rilanciata anche dai suoi legali, che hanno contestato l’uso dell’espulsione amministrativa per punire, secondo loro, un’opinione politica espressa in modo infelice ma non violento.

Eppure, in quelle parole pronunciate da Shahin e poi finite in una relazione della Digos, stando ai magistrati - come ha reso noto anche “Il Fatto Quotidiano” - non ci sarebbe alcun reato: nessuna istigazione a delinquere, nessuna violazione del codice penale. Il fascicolo era stato catalogato come “modello 45”, cioè atti senza alcuna rilevanza penale, e poi chiuso.

Intanto, un gruppo sempre più numeroso di docenti e ricercatori universitari ha lanciato un appello per chiedere la liberazione di Mohamed Shahin. È arrivato così un documento firmato finora da 181 accademici, in cui viene sottolineato non solo il ruolo di Shahin nel dialogo interreligioso e nella comunità torinese, ma anche il rischio concreto che un rimpatrio in Egitto lo esporrebbe a persecuzioni molto pericolose. Senza considerare che i promotori hanno denunciato un altro pericolo: quello che il caso dell’imam della moschea di San Salvario, a Torino, possa trasformarsi in un precedente preoccupante, in cui uno strumento amministrativo venga usato per colpire la libertà di opinione. 

Sul caso, recentemente, è intervenuta anche la senatrice di Avs Ilaria Cucchi, che ha denunciato quella che definisce una deriva autoritaria del governo. L’allarme è arrivato via social, dove la senatrice ha spiegato che quello di Shahin sembra essere un caso “esemplare”, in cui un uomo incensurato, da vent’anni in Italia, sposato e con due figli minori, rischia l’espulsione “per aver espresso opinioni politiche”. Per Cucchi il messaggio che si nasconde dietro la decisione del Viminale è chiaro, e lo ha spiegato a chiare lettere sul suo profilo Facebook: “Occhio a quello che dici, perché possiamo fare di te ciò che vogliamo”. 

Insomma, per Ilaria Cucchi il caso Shahin rappresenta un avvertimento per gli attivisti pro-Palestina, un modo per “educarli al silenzio”. 

“La sua colpa - scrive Cucchi - per il ministro che ha firmato un provvedimento degno di un secolo fa, è essere un attivista della causa palestinese. Per aver espresso le sue opinioni politiche, Shahin è a un passo dall’essere espulso in Egitto, Paese dove rischierebbe la vita. Il suo caso è la testimonianza più eclatante della nostra deriva. Con quello stesso provvedimento, il governo non solo minaccia la vita di Shahin, ma ‘educa’ altri 100, 1000 e più attivisti. Che saranno sempre più spinti al silenzio, nel timore di dover affrontare un calvario come quello che oggi subisce lui. Non possiamo stare a guardare. Liberate Shahin”.  

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