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Nel cuore del Sud-Est asiatico i clan della mafia cinese sfruttano criptovalute e prigionia forzata

Dei problemi che il mondo del calcio sta affrontando dal punto di vista finanziario, ANTIMAFIADuemila se ne è già occupata recentemente. Ne era emerso un quadro preoccupante, non solo sul piano economico ma anche su quello criminale, dove la fragilità dei bilanci e l’urgenza di trovare ossigeno finanziario aprono spazi sempre più ampi a capitali opachi, fondi privi di trasparenza e soggetti capaci di muoversi ai margini della legalità. I club provano a salvarsi attraverso ristrutturazioni finanziarie e l’ingresso di capitali esteri. Una cura obbligata, che però sposta il baricentro del calcio nazionale verso le logiche della finanza globale, con tutte le opacità e le vulnerabilità che questo comporta. I fondi esteri sembrano essere i nuovi “salvatori” dei club che rischiano il fallimento. Ma è anche vero che i rischi sono molto alti, soprattutto quando non conosci bene il tuo nuovo finanziatore.

Finanziatori che non sono esattamente dei filantropi: spesso vedono nel calcio un settore sottovalutato, dove intervenire, ripulire i conti e rivendere a cifre più alte. È una logica che ha già funzionato, ma che espone i club a nuovi rischi legati alla trasparenza dei capitali, dove il pericolo di diventare un valido strumento per il riciclaggio di denaro è sempre dietro l’angolo, così come quello di finire sotto amministrazione giudiziaria per infiltrazione mafiosa, proprio come già successo. Il caso più recente è quello della Juve Stabia, finita in amministrazione giudiziaria dopo che le indagini hanno rivelato il tentativo del clan D’Alessandro di entrare nei meccanismi economici della società, arrivando perfino a controllare il servizio di ristorazione dello stadio. Prima ancora era toccato al Foggia, dove la compagine mafiosa Sinesi-Francavilla mirava a gestire sponsorizzazioni, accrediti e assunzioni, usando intimidazioni, attentati e violenze per piegare la dirigenza. Parliamo di episodi che non sono isolati. Da anni le mafie guardano al calcio come a uno spazio ideale per riciclare denaro e ottenere consenso sociale.

 

Una questione di fiducia

Ma se ci allarghiamo al resto d’Europa e oltre, vien da chiedersi: le cose vanno meglio per le squadre di calcio, anche quelle più importanti? Una prima risposta arriva da una recente inchiesta condotta da Investigate Europe, che ha scoperto come una miriade di piattaforme di trading online e crypto exchange prive di ogni forma di licenza legale stiano sponsorizzando diverse squadre di calcio ritenute tra le più importanti a livello europeo. E, a quanto pare, sembra che ad essere più esposte in questo senso siano le squadre della Premier League.

Stiamo parlando di un fenomeno che sta crescendo a ritmo rapidissimo. Brand finanziari non autorizzati stanno utilizzando la potenza visiva delle squadre di calcio per accreditarsi agli occhi di centinaia di migliaia di tifosi, nel tentativo ben congeniato di intercettare nuovi potenziali investitori, molto spesso privi delle tutele previste dalla legge. 

Oltre un terzo dei club delle principali leghe europee ha oggi almeno un partner legato al trading o alle criptovalute. Come dicevamo, la Premier League è il campionato più esposto, con circa il 70% delle squadre coinvolte, diventando di fatto il terreno preferito dai marchi del fintech più aggressivo. Italia e Spagna seguono a distanza, con circa il 35% dei club che hanno siglato accordi in questo ambito. In Serie A, realtà storiche come Inter, Milan, Juventus, Atalanta, Bologna, Torino e la neopromossa Como hanno complessivamente undici sponsor collegati al mondo del trading o delle crypto. Si tratta di numeri che nascondono un sistema globale sempre più affamato di visibilità e di profitti. Lo hanno confermano anche i dati di SportQuake: nella scorsa stagione gli exchange di criptovalute hanno investito oltre mezzo miliardo di dollari nello sport, quasi tutti nel calcio, mentre le piattaforme di trading hanno triplicato la loro spesa dal 2019.

Il problema è che molti di questi marchi operano senza licenza e fuori dalle regole previste nei vari Paesi dove promuovono i loro servizi. Sono diversi i casi in cui questi brand compaiono nelle liste di allerta dei regolatori nazionali: enti predisposti a segnalare operatori attivi nel settore degli investimenti finanziari, ma non autorizzati perché non regolamentati. In alcuni casi, addirittura, emergono modalità fraudolente.


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Effetto leva

Si tratta di un problema molto serio che in Europa è stato affrontato con fermezza negli ultimi anni. Volumi di denaro molto elevati e altamente mobili, prodotti finanziari complessi in grado di attirare chi lavora in modo poco trasparente e catene di intermediazione difficili da tracciare hanno richiesto un intervento deciso per salvaguardare le persone. Per questo motivo, la UE, attraverso l’ESMA (l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati), ha deciso di adottare strategie ben definite, come quella di limitare pesantemente la leva finanziaria sui prodotti speculativi, portandola a un massimo di 30:1. In pratica, la leva finanziaria è ciò che permette a un investitore di muovere sul mercato una somma molto più elevata di quella che possiede. L’effetto, con una leva più alta, è quello di aumentare notevolmente i guadagni, ma anche le perdite. Si consideri che, se si investono 1.000 euro con una leva 10:1, si è in grado di muovere una posizione da 10.000 euro. Ora, si pensi che tra i brand del settore non regolamentato ci sono operatori che utilizzano leve che possono arrivare anche a 1:1000 o oltre.

Si è visto inoltre che alcune piattaforme che offrono questo tipo di servizi, oltre a eludere i limiti sulla leva finanziaria, aggirano anche i controlli antiriciclaggio. A questo si aggiunge che l’ESMA ha più volte richiamato l’attenzione sul fatto che gli investimenti ad alto rischio nelle criptovalute, nel mercato valutario tradizionale o su altri prodotti simili sono anche quelli più suscettibili a frodi, riciclaggio di denaro, cyber-attacchi e manipolazione del mercato.

Il caso dei cosiddetti “mirror trades” di Deutsche Bank, avvenuto tra il 2011 e il 2015, è uno dei più chiari ed emblematici. Alcuni clienti russi della banca acquistavano azioni a Mosca pagando in rubli, mentre altri soggetti a loro collegati vendevano esattamente gli stessi titoli, nello stesso momento, nelle sedi europee della banca, incassando dollari o euro. Le operazioni, prese singolarmente, sembravano normali transazioni di mercato: prezzi in linea, volumi coerenti, strumenti regolari. In pratica, ciò che usciva in rubli dalla Russia rientrava immediatamente in Europa sotto forma di valuta forte. Per gli investigatori non c’era un vero interesse finanziario. Nessuna strategia, nessuna ricerca di profitto, nessuna logica di investimento. Lo schema serviva soltanto a dare una veste rispettabile a un enorme flusso di denaro da riposizionare fuori dalla Russia, sfruttando la rapidità e l’opacità del trading internazionale. In questo modo sono transitati circa dieci miliardi di dollari, ripuliti grazie alla velocità delle operazioni. Reuters ricorda ancora che le multe concordate dagli enti di vigilanza toccarono i 630 milioni di dollari complessivi: cifre enormi.

C’è chi tifa e c’è chi perde

Tornando alle squadre di calcio, alcune piattaforme non regolamentate compaiono tra gli sponsor di realtà molto seguite, incentivando migliaia di persone a diventare clienti di broker non autorizzati.

Lo dimostra il caso dell’Inter, che lo scorso agosto ha annunciato una partnership asiatica con Ultima Markets, broker di contratti per differenza con leva finanziaria fino a 1:2000. Ultima Markets offre strumenti altamente speculativi che permettono di scommettere sull’andamento di valute, materie prime o criptovalute. La società non è registrata né nell’Ue né presso la Consob, ma nonostante questo offre servizi anche in italiano e appare perfettamente accessibile dal nostro Paese, promettendo bonus e rimborsi legati ai risultati della squadra. L’Inter ha assicurato che il contratto riguarda soltanto i territori dove l’operatore è autorizzato, ma la facilità di accesso e la nazionalità di gran parte dei tifosi sollevano più di un dubbio.

Per gli esperti, si tratta di strumenti incompatibili con la maggior parte dei risparmiatori. L’analisi più importante è quella dell’ESMA del 2018, che ha valutato l’impatto dei prodotti speculativi sul pubblico retail esaminando i conti reali di decine di broker europei. E’ venuto fuori che la stragrande maggioranza dei clienti perdeva sistematicamente denaro. In molti casi, la quota di investitori in perdita superava il 70%, con punte ancora più alte sui prodotti ad altissima leva. Ed è qui che entra in gioco il potere del calcio: come ha osservato Kieran Maguire, docente di finanza sportiva a Liverpool, molte persone non hanno le competenze per valutare questi prodotti, ma la presenza dei marchi su maglie e tabelloni crea un’aura di legittimità difficilissima da scalfire. “Il mercato delle criptovalute è una forma di gioco d’azzardo”, osserva, “e il calcio gli sta offrendo un megafono”.

L’espansione è stata favorita anche dal vuoto lasciato dall’industria delle scommesse. Nel 2023 i club inglesi hanno votato per eliminare i bookmaker dalle maglie entro il 2026-27. Pochi mesi dopo, le aziende di trading e crypto hanno occupato il loro spazio, trasformando la Premier nella competizione più permeabile a queste sponsorizzazioni.

Tra i casi più controversi – ma non l’unico – c’è quello del Manchester City e del suo partner OKX, società registrata alle Seychelles e multata negli Stati Uniti per violazioni delle norme antiriciclaggio. Pur non essendo riconosciuta dalla Financial Conduct Authority britannica, i suoi servizi restano accessibili ai cittadini del Regno Unito, privi così di qualsiasi protezione.
Mentre AIMS, sponsor del Tottenham fino all’estate scorsa, non ha mai informato i consumatori della mancanza di autorizzazioni locali, consentendo registrazioni totalmente prive di tutela. Episodi simili emergono anche in Spagna, dove operatori come OnsaFX e Felix Markets si presentano come partner ufficiali di club della Liga pur senza autorizzazione della Comisión Nacional del Mercado de Valores.
C’è poi il caso dell’Inter con Gate.io, sponsor nel 2024, oscurato in precedenza dalla Consob per attività non autorizzate.

Il Siviglia nel 2020 ha firmato un accordo milionario con EverFX, società poi collegata al Milton Group, una rete criminale accusata di aver truffato investitori in tutta Europa. Gli inquirenti parlano di 170mila vittime e profitti fino a 50 milioni a trimestre. Lo stesso anno il Leeds United ha chiuso una partnership con FXVC, piattaforma costretta a cessare le attività nel Regno Unito dopo accuse di pubblicità ingannevole e pratiche aggressive. Un tifoso ha raccontato di aver perso 341mila sterline in una settimana, convinto di investire tramite una società sponsorizzata dalla sua squadra.

Insomma, per gli esperti di marketing sportivo, l’equazione è semplice: quando un club espone un marchio, sta implicitamente suggerendo che è affidabile. 


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Dalle truffe alla schiavitù

All’interno di questa rete che a volte coincide con la frode, purtroppo, finiscono anche persone che vivono in condizioni disperate e cercano una vita migliore.

Per osservare da vicino questo fenomeno ci spostiamo nel cuore del Sud-Est asiatico, al confine tra Myanmar e Thailandia, dove migliaia di giovani finiscono rapiti e rinchiusi sotto sorveglianza in enormi complessi, sotto il tiro delle armi. Lì sono costretti a lavorare per oltre dodici ore al giorno per compiere truffe online ai danni di vittime europee o statunitensi.

Tutti reclutati con la promessa di un impiego nel marketing a Bangkok, tutti poi scomparsi per diventare schiavi. Una volta arrivati in aeroporto, vengono caricati su furgoni e condotti oltre il confine birmano. In territori dove lo Stato non esiste più e la giungla è governata da milizie armate. Insomma, non c’è possibilità di fuga. Chi prova a ribellarsi viene picchiato, privato del cibo, torturato o ucciso.

Ad alimentare questo sistema sono i gruppi armati che controllano le aree di confine e stringono accordi diretti con la criminalità organizzata cinese.
Secondo Investigative Journalism for Europe, le testimonianze raccolte parlano di un quadro coerente, dove ogni gruppo criminale ha peculiarità operative diverse, ma un unico denominatore comune: le criptovalute, lo strumento perfetto per estorcere denaro alle vittime.

I truffatori si fingono giovani donne, spesso con identità rubate o basate su volti di modelle russe o ucraine, e instaurano rapporti affettivi con uomini occidentali. Attraverso conversazioni intime e racconti di “successi finanziari”, li inducono a investire in criptovalute su piattaforme controllate dai clan. Chi esegue queste truffe deve conoscere la cultura occidentale, inviare foto realistiche, commentare in tempo reale il meteo di Londra o Parigi, costruendo l’illusione di una vita europea credibile.

Secondo l’FBI, nel 2024 queste truffe hanno sottratto oltre sedici miliardi di dollari nel mondo. Questo, mentre l’ONU stima più di trecentomila persone costrette a lavorare in condizioni simili nel Sud-Est asiatico, spesso in zone dove lo Stato è assente e le operazioni di salvataggio sono impossibili.

Immagine di copertina realizzata da Paolo Bassani con il supporto dell’IA

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