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Il Viminale revoca il permesso di soggiorno, compagni, fedeli e attivisti denunciano un atto politico: “Al Cairo rischia detenzione e torture” 

Un decreto del Ministero dell’Interno ha disposto l’espulsione dall’Italia di Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn Al Khattab di via Saluzzo, nel quartiere San Salvario di Torino. La decisione, confermata dai promotori del coordinamento cittadino Torino per Gaza, arriva dopo settimane di tensione politica e accuse incrociate. 

Il 9 ottobre scorso, durante una manifestazione pro-Palestina, Shahin aveva affermato che l’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023 era da interpretare come “un atto di resistenza dopo anni di occupazione”, e nei giorni seguenti, aveva inoltre chiarito, con un post su Facebook, di non aver mai sostenuto la violenza o il terrorismo, ricordando come le sue parole vadano comprese nel contesto storico del genocidio. Tuttavia, queste frasi hanno provocato una forte reazione politica: in particolare la deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli ha chiesto un intervento del Viminale, definendo tali dichiarazioni dell’imam un “atto di giustificazione del terrorismo”. Il decreto di espulsione è giunto dopo la revoca del permesso di soggiorno di lungo periodo di Shahin, che vive in Italia da oltre vent’anni. Arrestato e condotto in un Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) inizialmente a Torino e poi trasferito a Caltanissetta, l’imam ha presentato una richiesta di protezione internazionale per timore di ritorsioni in Egitto. Secondo la sua avvocata, Fairus Ahmed Jama, Shahin grazie alle sue costanti denunce di complicità del regime di al-Sisi con lo Stato colonialista di Israele, si esporrebbe a gravi rischi di arresto, torture e detenzione a vita, se ritornasse nel proprio paese.

A Torino si è tenuto un presidio in piazza Castello per chiedere a gran voce la libertà di Shahin e i partecipanti hanno messo in guardia sul fatto che il suo rimpatrio potrebbe equivalere a una condanna a morte. Alice Ravinale, capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra in Piemonte, ha parlato di una ferita profonda al principio dello stato di diritto, denunciando l’autorizzazione del giudice per il rimpatrio nonostante la domanda di asilo pendente, presentata con il modello C3, in violazione delle norme che dovrebbero garantire la sospensione dell’espulsione in attesa della decisione della Commissione territoriale. Anche alcuni consiglieri comunali di diversi partiti (PD, M5S, AVS) hanno denunciato un attacco alla libertà di espressione, affermando che dissentire su temi sensibili come il genocidio ai danni del popolo palestinese non costituisca reato. Secondo il Viminale, la misura dell’espulsione sarebbe motivata da ragioni di sicurezza e prevenzione del terrorismo, le affermazioni di Shahin sono state interpretate come una legittimazione politica dell’attacco di Hamas, soprattutto in un momento di grande polarizzazione sull’operato del movimento pro-Pal, la decisione del ministro dell’Interno Carlo Piantedosi è stata firmata proprio in questi termini. 

I critici, a partire dagli stessi compagni/e di lotta e sostenitori di Shahin, evidenziano che il provvedimento sia una forma di ritorsione politica più che un atto motivato da reali rischi per la sicurezza, alcuni segnalano il pericolo di un precedente: se a essere espulsi sono attivisti che criticano le politiche nazionali e internazionali, domani potrebbe toccare a chiunque esprima una qualsiasi forma di dissenso. Il caso solleva anche questioni più ampie sul diritto d’asilo e sulla sicurezza dei rimpatri: le convenzioni internazionali prevedono il diritto alla protezione, per un richiedente asilo che corre pericoli nel paese di origine, perciò alcuni tribunali italiani hanno messo in dubbio la designazione di alcuni Stati come “sicuri” quando si tratta di oppositori politici, richiedendo verifiche più stringenti su singoli casi per garantire che il rimpatrio non comporti violazioni dei diritti umani. In passato si sono espressi diversi giudici che hanno considerato le liste governative di paesi sicuri non compatibili con il diritto europeo. 

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