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Giuseppe Pipitone sul DL Sicurezza: l’articolo 31 consente ai servizi di agire con i terroristi. “È una sanatoria del passato”

È uno sguardo dentro la storia più nera e buia della Repubblica, l’ultima puntata di “Pulp Podcast”, che ha ricostruito alcune delle vicende più drammatiche del Paese e che hanno visto come protagonisti i soliti servizi segreti deviati, operazioni clandestine come Stay Behind-Gladio, stragi di mafia e depistaggi che da Portella della Ginestra conducono fino al dossier americano “The Italy Project Sicily” del 1942. Parliamo di un percorso storico che, purtroppo, dialoga benissimo con il presente, in cui il nuovo Decreto Sicurezza voluto dal governo di Giorgia Meloni ha messo sul tavolo novità che, per molti osservatori, richiamano in modo preoccupante proprio quel passato.

 

Gladio e l’ombra dei servizi segreti deviati

Mi sono sempre chiesto cosa intendiamo noi con servizi deviati”, ha detto Giuseppe Pipitone, giornalista del Fatto Quotidiano che da sempre si occupa di vicende oscure legate alla mafia. Lo ha detto sottolineando un altro punto: deviati, sì, “ma da che cosa e da chi?”.

Come non ricordare, allora, “Stay Behind–Gladio”, una delle più controverse operazioni clandestine, in cui una rete paramilitare segreta nata durante la Guerra Fredda è rimasta nell’ombra per anni, decenni. La sua è una presenza inquietante che si accompagna a inchieste, depistaggi e misteri che ancora oggi segnano la storia del Paese.

Gladio è una sorta di accordo, chiamiamolo così, tra i servizi segreti americani, quindi la CIA, e i nostri servizi segreti”, ha spiegato Pipitone, ricordando come questa stessa rete sia stata l’arma perfetta nella cosiddetta “strategia della tensione”, con attentati e depistaggi che hanno attraversato l’Italia tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’80, con l’obiettivo di creare paura, caos e instabilità tali da spingere l’opinione pubblica verso svolte più autoritarie. Parliamo di un terreno in cui si intrecciarono gruppi neofascisti, apparati dello Stato deviati, servizi segreti stranieri e, ovviamente, una lunga catena di coperture. “Non c'è una verità giudiziaria su tutto quello che stiamo dicendo. Non c'è - ha proseguito Giuseppe Pipitone - una sentenza definitiva che condanna qualcuno e dice: per seguire l'obiettivo di non far vincere i comunisti in Italia, Gladio ha fatto la strage di Piazza Fontana, la strage di Brescia eccetera eccetera”. Tuttavia, “ci sono dei punti oggettivamente reali, cioè Stay Behind–Gladio sono realtà che sono esistite e su questo non vi è dubbio”. E numerose “ricostruzioni fatte anche da autorevoli investigatori negli ultimi 40 anni” lo confermano.

 

Portella, dove tutto ebbe inizio

È all’interno di questo scenario che la verità storica ricopre un ruolo fondamentale, soprattutto quando si vuole far capire come il passato incida sulla qualità della vita del presente e, inevitabilmente, su quella del futuro, parlando alla cosiddetta “generazione Z”. Lo ha spiegato benissimo Brizio Montinaro, fratello di Antonio Montinaro, poliziotto della scorta di Giovanni Falcone che ha perso la vita nell’attentato di Capaci il 23 maggio del 1992. Quello che conta davvero - ha precisato Montinaro - è la verità storica, fondata su documenti, dati, testimonianze e inchieste serie, capace di restituire un quadro oggettivo di un mosaico che da Portella della Ginestra arriva fino alle stragi del 1993, segnando in profondità la nostra democrazia.

In particolare, “Portella della Ginestra - ha sottolineato - è la prima strage che avviene per mano di banditi, tra virgolette banditi, con a capo Salvatore Giuliano, il primo maggio del 1947 nella Piana degli Albanesi”. E aggiunge: “In pochi sanno che il bandito Giuliano effettua quella strage non da bandito, ma da appartenente all’OSS” (Office of Strategic Services, il servizio segreto statunitense creato durante la Seconda guerra mondiale, ndr). “Ce lo dicono ormai desegretazioni”, di file soprattutto “americani e inglesi più che italiani”. Infatti, non è un caso che “l'OSS si trasforma in CIA”. Parliamo di soggetti che “nella loro continuità storica hanno condizionato tutta la nostra democrazia”, limitandola e orientandola per “interessi atlantici o comunque dello schieramento geopolitico”.

 

Il caso Mormile e la Falange Armata

Per capire quanto possa essere pericoloso il ruolo dei servizi segreti all’interno di certi schemi, basta guardare all’omicidio di Umberto Mormile, l’educatore carcerario ucciso nel 1990, testimone scomodo di incontri tra uomini dei servizi segreti e alcuni boss mafiosi nel carcere di Opera, a Milano.

In questa storia - ha ricordato Pipitone - “c’erano uomini di ’Ndrangheta” che avevano “rapporti con alcuni esponenti dei servizi deviati”. Ma c’erano anche “esponenti della criminalità pugliese”. Alcuni collaboratori di giustizia parlavano addirittura di un “consorzio” mafioso a Milano, una struttura che non aveva bisogno di farsi la guerra, a differenza di quanto accadeva in altre parti d’Italia.

È all’interno di questo contesto che matura l’omicidio Mormile: durante la sua attività in carcere aveva assistito a colloqui diretti tra Papalia, noto boss della ’Ndrangheta, e agenti dei servizi. Insomma, Mormile era diventato un testimone scomodo e si decide di eliminarlo.

Ma la “vera novità” - ha proseguito Pipitone - sta nel fatto che “per la prima volta si decide di rivendicare questo omicidio”. L’omicidio dell’educatore carcerario viene infatti rivendicato dalla Falange Armata: un nome che da lì in avanti tornerà con stragi e attentati. Il suo modus operandi era sempre lo stesso: l'annuncio premonitore dei fatti, la rivendicazione successiva e persino il commento politico degli eventi.

Un fatto che - spiega Stefano Mormile, fratello dell’educatore carcerario ucciso nel 1990 - ha dimostrato una sofisticata strategia comunicativa, oltre a una grande conoscenza interna degli accadimenti. “Forse il termine più corretto per definirla - precisa Mormile - è: agenzia di comunicazione”. E, più precisamente, il suo ruolo nell’omicidio Mormile è quello di confondere le acque, depistare, allontanare la verità dalle indagini, trasformando un omicidio di mafia in un presunto atto politico-terroristico.

In quattro anni di intensa attività - ha ricordato Mormile - in cui hanno accompagnato la storia di questo Paese firmando e rivendicando tutti i principali atti criminali avvenuti in Italia, comprese le stragi, quelle di Palermo, Capaci e Via D’Amelio”, i loro comunicati hanno una connotazione ben precisa: depistare le indagini.

Il giudice Giuseppe Lombardo è stato l'unico che ha davvero messo in fila 1500 comunicati della Falange Armata. Lui - ha proseguito - era titolare di una maxinchiesta a Reggio Calabria nata per scoprire le responsabilità su un duplice omicidio avvenuto nel gennaio del ’94 ai danni di due carabinieri, Fava e Garofalo. Partendo da questa inchiesta, Lombardo ha scoperto che anche quell'omicidio era stato rivendicato dalla Falange Armata. Contrariamente ad altri inquirenti che avevano trattato altri casi, compresi quelli delle stragi, si era posto l'interrogativo: chi c'è dietro questa sigla?”. E aggiunge: “Attraverso il terrore, attraverso le bombe, attraverso le minacce agli organi dello Stato, la Falange Armata ha praticamente modificato gli assetti dello Stato senza cambiare la Costituzione”.

Da qui la conclusione che dietro questa organizzazione ci fosse una struttura stratificata, con “menti raffinatissime” come logge massoniche e lobby dell’economia, che a livello strategico hanno usato le organizzazioni criminali come manovalanza: da Cosa Nostra alla ‘Ndrangheta, fino ai gruppi di estrema destra.

Non è un caso - come ha sottolineato anche Mormile - che proprio durante la stagione delle stragi molti mafiosi si siano lamentati con Totò Riina, dicendo: “Loro hanno avuto i loro vantaggi, ma noi che ci stiamo guadagnando con queste stragi?”.

Ad ogni modo, per capire meglio a che livello sarebbe maturato lo scenario che ha permesso di portare alla realtà la Falange Armata, è importante notare che anche in questa vicenda ricorrono sempre gli stessi nomi: “Gli accordi del protocollo Farfalla li sottoscrivono il SISDE, che è il servizio segreto civile dell'epoca, retto da Mario Mori”, ha ricordato Mormile. Mentre “dall'altra parte c'è l'ex procuratore capo di Caltanissetta, Giovanni Tinebra: il protagonista del più grande depistaggio della storia”, quello di via d’Amelio e delle dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino.

Decreto sicurezza: la nuova licenza di delinquere

È all’interno di questo contesto legato al passato che, con lo scenario aperto dal decreto sicurezza voluto dal governo di Giorgia Meloni, arrivano nuove e inquietanti preoccupazioni riguardo al futuro. Soprattutto se si guarda a quanto previsto dall’articolo 31 del decreto, che conferisce un aumento significativo dei poteri concessi ai servizi segreti.

La cosa interessante - ha fatto notare Brizio Montinaro - è che dell’articolo 31, dal punto di vista mediatico, non ne ha parlato nessuno”. Eppure, quanto contenuto al suo interno è allarmante: i servizi segreti possono infiltrarsi all’interno di organizzazioni terroristiche, fino a partecipare attivamente alle loro attività. “Si potrebbe dire - ha puntualizzato Pipitone - che è una sanatoria del passato”. Come se non bastasse, “qua dentro - ha invece sottolineato Stefano Mormile - c'è la norma che rende leciti gli ingressi abusivi degli agenti segreti nelle carceri, in tutte le carceri”.

Sui risvolti a dir poco preoccupanti che si potrebbero venire a creare in un Paese come l’Italia, che da decenni lotta per far emergere verità celate anche attraverso le attività dei servizi segreti deviati, ciò che prevede il decreto sicurezza rasenta la follia pura. Garantirebbe impunità agli agenti dei servizi segreti per azioni gravissime, come la direzione e l'organizzazione di associazioni terroristiche (anche internazionali), la detenzione o la fabbricazione di esplosivi. Una vera e propria “licenza di delinquere” che potrebbe riportare l'Italia ai tempi della strategia della tensione, legittimando condotte che hanno storicamente causato stragi e destabilizzazione.

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