C’era un tempo in cui la terra era divenuta il simbolo di rivincita sociale e di condanna. C’era un tempo in cui la terra era la chiave di accesso per il riscatto e l’emancipazione degli umili e la sentenza di morte dei loro delegati; l’inizio e la fine, la speranza e l’illusione, un diritto e un’utopia.
La terra, in altre parole, da pulsione dei diritti finiva per ergersi a memoria di sangue.
Salvatore Carnevale e la sua intransigenza, Francesca Serio e la sua determinazione, hanno inciso (e non solo loro) sulla pelle viva degli umili e nella sensibilità delle anime dabbene (intellettuali e società civile) una delle prime pagine buie della storia repubblicana in cui l’abuso del potere e la connivenza istituzionale, sull’altare dell’interesse, avevano costruito un orizzonte mefistofelico che si mostrerà a varie riprese e nei decenni a venire nelle pagine della cronaca nazionale: la ricerca del profitto a tutti i costi, l’umiliazione dei semplici, la ricerca vana di una giustizia (sono le parole di Gianpaolo Pansa sulla tristi vicende del Vajont).
Nella Sicilia del sudore dei campi, dei rituali ancestrali, Francesca Serio aveva rappresentato una scossa al metabolismo di rivendicazione popolare che, a prescindere dalle risultanze processuali, finirà per tramutarsi in cassa di risonanza per un mondo, quello rurale, stanco di subire soprusi e angherie. L’immagine, ancora oggi, veicolata dai libri e dalle foto del tempo di una madre che si accompagnava a quel “gigante” che rappresentava e rappresenterà, a vario titolo e per mezzo secolo, l’Italia degli umili, Sandro Pertini, da sola restituisce la forza e la speranza a quanti hanno perso, anche oggi, un vessillo, un riferimento, un ideale.
Di Francesca Serio e dell’analisi della sua “irrituale”, anacronistica consapevolezza di essere portatrice di “istanze non negoziabili”, quelle delle classi umili vessate dalla prepotenza degli agiati, si era occupato un intellettuale, non uno a caso: Carlo Levi, attento indagatore di quella che potremmo definire con riferimento ai fatti delle periferie del Meridione nel secondo dopoguerra la “fenomenologia degli ultimi”, che ne studiò a fondo il personaggio e il suo contesto, descrivendola come una donna di cinquant’anni, ancora giovanile nel corpo snello e nell’aspetto, ancora bella nei neri occhi acuti, nel bianco-bruno colore della pelle, nei neri capelli nelle bianche labbra sottili, nei denti minuti e taglienti, nelle lunghe mani espressive e parlanti: di una bellezza dura, asciugata, violenta, opaca come pietra, spietata, apparentemente disumana. Una contadina che parla, racconta, ragiona, discute, accusa, rapidissima e precisa, alternando il dialetto e l’italiano, la narrazione distesa e la logica dell’interpretazione.
E sì, mamma Francesca Serio, ha rappresentato uno dei primi volti del dolore materno, quello di una condizione umana fatta di sacrificio costretta a lottare contro la tirannia della forza e del potere. La Serio era l’archetipo di un modello di autenticità dei sentimenti, di rifiuto delle convenzioni e del perbenismo di paese - era venuta con questo figlio (da Galati Mamertino ndr.) di cinque mesi, forse malvista in principio perché forestiera e sola» che si industriava la vita pur di non far mancare nulla a Salvatore tra campi, sudore e rinunce. Lei serva della sopravvivenza che cercava in ogni modo e in solitaria di crescere un figlio che si metterà alla testa del movimento sindacale per non accettare la condizione servile.
Carlo Levi parla di una bellezza dura, asciugata, violenta, per certi aspetti disumana. Una sofferenza che s’innescò già nei primi concitati momenti in cui si diffuse in paese la notizia del ritrovamento del cadavere di un uomo e che, passaggio dopo passaggio, sui binari di un presagio già troppe volte paventato (alla sua continua ricerca di informazioni dell’identità della vittima, tutti negheranno che si tratta del figlio Turiddu sino a quando lei stessa di persona, recatasi sul luogo dell’agguato, lo riconoscerà dai calzini), da Cozze Secche, al funerale, alle aule dei tribunali, sarà il leitmotiv di un processo che «essa istruisce e svolge da sola, seduta sulla sua sedia di fianco al letto: il processo del feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello Stato».
Durante i momenti della sua deposizione, proferì al principale indagato parole che pesavano come macigni: Se veramente avessi amato i tuoi figli, non avresti commesso un così barbaro delitto. Tu sei un vigliacco, ecco cosa sei, perché solo un vigliacco può agire così.
La Serio indicò nella sua denuncia al Procuratore i nomi di Giorgio Panzeca, Luigi Tardibuono, Antonio Mangiafridda e Giovanni Di Bella, tutti alle dipendenze della principessa Notarbartolo di Sciara. Per la Sicilia di quei tempi fu la prima denuncia precisa e circostanziata che una madre sottoscriveva dinnanzi a un magistrato.
Il passaggio che salta agli occhi di un analista del XXI secolo, in cui il sistema-nazione pare sia oggi più che mai impantanato, per gli stessi aspetti, nella palude degli insabbiamenti di certe scomode verità processuali, è un scandalosamente impunita che emerge dagli atti di questa vicenda rivolto all’uccisione del giovane capolega come prassi consolidata e a quel tempo e, purtroppo, anche in seguito. Del resto già si respirava il clima di depistaggio, tipico di certi omicidi, di cui cadde vittima lo stesso Salvatore Carnevale. Dalle colonne del giornale del Presidente della Regione, on. Franco Restivo, si tentò già dalle prime battute (La Sicilia del popolo, 17 maggio 1955) di deviare le indagini con delle indegne argomentazioni:
Non si conosce ancora il motivo del delitto, ma pare che sia da escludere che possa trattarsi di motivi politici. Dalla natura delle ferite, tutte, al viso, si è indotti a credere che movente del crimine sia stata soltanto la vendetta. La vittima, infatti, era un tipo violento, prepotente e attaccabrighe.
Oggi la Sicilia, la terra che fu di Turiddu e Francesca, non è molto diversa. Per certi aspetti, forse, è ancora peggio. Nel senso che, se la desertificazione dello spazio per via di una cronica, colpevole e irrisoluta crisi idrica procede a rilento, la desertificazione dello spirito si mostra già compromessa e inarrestabile.
Identica la stasi evolutiva, identico il rapporto servile con il potere. E identici nomi di indagati, processati, condannati e rieletti. L’assuefazione al peggio però, oggi, pare aggravarsi. Se un tempo l’oro generazionale veniva custodito nelle famiglie e nei poderi, anche a costo della morte, oggi sono le mamme a spingere i figli a scappare da una terra in cui s’ingrassano sempre gli stessi lignaggi, in cui dilaga la strafottenza per i malati e non si cerca per mano governativa di arrestare l’emorragia di armate di giovani che non vanno in guerra ma scappano dalle trincee dei fallimenti, della corruzione e della concussione di palazzo, dei nepotismi accademici, degli sperperi dei fondi pubblici e delle piovose sagre paesane, dell’immobilismo di visione e il dinamismo del cronico malaffare, del binario unico, in tutti i sensi.
Sono le trincee della tracotanza di un potere marcio che abbatte la democrazia, la voce del dissenso, financo gli alberi. Una tracotanza di ignoranza e di metastasi che ha contaminato come modus operandi ampi spazi della società civile un tempo dabbene e che costringe le mamme coraggio di oggi a scappare da questa terra per non morire: la storia di Angela Manca docet. Mancano i Turiddi e le Francesche e laddove spuntano, perché le voci di insofferenza si elevano puntualmente, finiranno per subire l’onta del fango, della delegittimazione e la pena dell’isolamento. O, nella peggiore delle ipotesi, la contaminazione: e qui è certa antimafia che insegna. Mancano un motivo per restare e cento per lottare una mafia che ha mille risvolti e sfumature e che dilaga sull’animo avvezzo di un popolo che arranca nell’attesa del Messia e nelle viuzze silenziose dei centri interni e montani, colpiti dalla piaga biblica di una emigrazione che ricorda le percentuali del primo Novecento e del Secondo dopoguerra.
Francesca Serio viene ricordata ogni anno da un piccolo comitato nebroideo, il Circolo Socialista Nebroideo Indipendente “Italo Carcione”, in collaborazione, per l’XI edizione, con l’Istituto di Cultura Politica per la Questione Siciliana – XQS e l’A.N.A.A.M, l’Associazione Nazionale Amici Attilio Manca. Il prestigioso riconoscimento sarà conferito all’On. Stefania Ascari, componente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie e della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, in segno di apprezzamento, come sottolinea il Presidente del Comitato organizzativo, Prof. Fabio Cannizzaro, per il costante impegno civile e istituzionale, la sua integrità morale e il coraggioso contributo alla lotta contro le mafie, alla tutela delle vittime di violenza e alla promozione dei diritti fondamentali delle donne.
L’On. Stefania Ascari, appresa la notizia, ha commentato:
"Sono davvero molto onorata di ricevere il Premio Antimafia al Femminile “Francesca Serio”. Come membro della Commissione Antimafia ho sempre cercato, con determinazione e responsabilità, di contrastare in ogni modo le mafie e ogni forma di criminalità organizzata. Questo premio rappresenta per me un importante incoraggiamento a proseguire con ancora maggiore impegno. Ringrazio il Comitato organizzativo e gli amici dei Nebrodi, in particolare il Prof. Fabio Cannizzaro, per l’impegno profuso in questi anni nel ricordare il patrimonio valoriale di una mamma siciliana che ha scritto con il suo dolore un esempio rilevante della storia repubblicana".
La cerimonia di premiazione si terrà il prossimo sabato 29 novembre, alle ore 17:00, presso il Centro Sociale di Piazza Autonomia a Torrenova (ME).
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