“Nessuno ci ha avvertito degli scavi sotto la Casa del Jazz per trovare i resti”
"Ogni giorno, ogni giorno mi domando dove abbiamo sbagliato, cosa non abbiamo ancora fatto per arrivare a una verità. Non ho pace". Così in un'intervista al Corriere della Sera, l’avvocato Giovanna Adinolfi, figlia del giudice Paolo Adinolfi. "Per anni - aggiunge - guardavo i clochard per strada sperando di trovarlo magari vittima di una amnesia. Ingenuità, ma non c'è stato un solo giorno in cui non mi sia mancato profondamente. Uno solo. Anche se io dovessi vivere cento anni, continuerò a cercare mio padre, continuerò a cercare di capire cosa è successo, dove è finito, chi ce l'ha portato via per sempre". Afferma di non essere stata messa al corrente degli scavi sotto la Casa del Jazz per trovare i resti di suo padre: "L'abbiamo saputo dai giornali, anzi da amici che hanno visto i giornali prima di noi. Nessuno ci ha avvertito". "Io non lo so cosa sia successo a mio padre - afferma ancora - non ne ho proprio idea, sono decenni che ci pensiamo. Nel mio cuore sono convinta che c'entri la rettitudine e l'estrema serietà con le quali interpretava il suo lavoro. Mi sveglio ogni giorno con questa domanda: papà a cosa stavi lavorando per cui ti hanno fatto sparire?". "Ci raccontarono che a una cena una persona importante disse 'Paolo si sa benissimo dov'è' - ricorda Giovanna Adinolfi - è sotto la casa di Enrico Nicoletti che ora è la Casa del Jazz. Ci arrivò come un pettegolezzo ma mia madre fece un esposto. Interrogarono Nicoletti e scavarono anche sotto casa sua ma le macchine all'epoca si fermarono perché il terreno era molto poroso. Nicoletti stesso ci raccontarono disse al giudice 'Io so che lei vuole sapere dove è Adinolfi, io non glielo dirò'". "Mio padre a casa diceva sempre a Roma c'è la camorra e nessuno se ne accorge, a volte ho la sensazione che non avesse ben chiaro il rischio che stesse correndo. O forse ci ha solo protetto non dicendoci nulla. Il suo obiettivo era 'svuotare gli armadi' cioè studiare tutti i casi fermi di cui nessuno si occupava. Studiò la vicenda del fallimento di una società chiamata Fiscom (1992), che secondo gli inquirenti aveva legami con ambienti della criminalità organizzata e con la Banda della Magliana, ma non era l'unico caso. Mio padre non lo ricordo mai in ferie”, conclude.
Foto © Imagoeconomica
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