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L’intervista de La Stampa al fratello del giudice assassinato in via d’Amelio

"Non c'è dubbio: noi familiari delle vittime, anziché avere verità e giustizia dopo 33 anni, finiamo sul banco degli imputati per la querela di chi la verità dovrebbe raccontarla".
Così Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, in un’intervista a La Stampa. Le sue parole riflettono amarezza e indignazione per una situazione che ribalta i ruoli tra chi cerca la verità e chi dovrebbe garantirla. Borsellino chiarisce che le sue affermazioni sull’agenda rossa e sul generale Mario Mori sono "convinzioni" fondate su "dati di fatto".
Tra questi, spiega, ci sono le sentenze che hanno riguardato Mori: "In due processi è stato assolto non per non avere commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, ma perché il fatto non costituisce reato. E parliamo della mancata perquisizione del covo di Totò Riina e della mancata cattura, nel 1995, di Bernardo Provenzano. È stato poi scagionato pure nel processo sulla trattativa Stato-mafia, con una decisione su cui si potrebbe discutere". 
Borsellino ricorda anche il suo intervento al convegno del 18 luglio scorso, organizzato da ANTIMAFIADuemilaa Villa Trabia (Palermo): "Ho detto che invece di cercare a casa dei morti l’agenda su cui mio fratello annotava i fatti più importanti della sua vita personale e professionale, il documento che potrebbe spiegare le cause della sua uccisione si dovrebbe cercare dai vivi". Si riferisce alle perquisizioni nelle abitazioni dell’ex procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra e dell’ex questore Arnaldo La Barbera, entrambi deceduti: "Perché non cercano a casa o negli uffici di Mori?". 
Il fondatore del Movimento delle Agende Rosse denuncia, inoltre, un filo conduttore che, a suo avviso, unisce le stragi rimaste impunite in Italia: "C'è un filo nero che lega tutte le stragi impunite del nostro Paese. E non è un caso che non ci sia stata una sola condanna per chi ha premuto il pulsante che ha fatto esplodere il tritolo in via d'Amelio, per i depistaggi e le tante ombre sul falso pentimento di Vincenzo Scarantino, avallato dalla Procura di Tinebra, né per il contributo altrettanto fasullo del collaboratore Maurizio Avola". 
Per Borsellino si tratta di un "depistaggio istituzionale che continua anche nella commissione Antimafia". E conclude esprimendo la sua preoccupazione: "Abbiamo tante riserve noi familiari delle vittime sulla presidente Chiara Colosimo". 

Foto © Imagoeconomica

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