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Dialetti incomprensibili, traduttori in fuga ma anche l’ombra delle intimidazioni 

 Il processo “China Truck”, nato dalla prima grande inchiesta che avrebbe dovuto svelare la presenza di una mafia cinese radicata a Prato, rischia di non partire. Le indagini risalgono a 14 anni fa e nel 2018 avevano portato a circa cinquanta arresti. Tra gli indagati figuravano nomi di spicco, come quello di Zhang Naizhong, ritenuto il capo che riciclava denaro proveniente da diversi traffici criminali, e il suo braccio destro Zhang Dayong, anche detto Asheng, attivo tra Roma e la Toscana con bische clandestine, usura e prostituzione. Proprio Asheng e la sua compagna sono stati uccisi a sangue freddo al Pigneto pochi mesi fa. 

Eppure, a distanza di anni, il processo continua a non trovare avvio. Il motivo è la persistente mancanza di interpreti in grado di tradurre le intercettazioni telefoniche dal cinese all’italiano. Le traduzioni finora presentate sono state piene di errori, omissioni arbitrarie e persino passaggi di conversazioni tagliati o bollati come “irrilevanti”. Alcuni interpreti hanno rinunciato all’incarico, altri hanno consegnato perizie inutilizzabili e poi si sono dileguati. L’ultima traduttrice - come ha riportato “Il Messaggero” - dopo aver depositato un lavoro contestato, è tornata in Cina e ha fatto sapere che non rientrerà prima del 2026. 

Una situazione paradossale, che solleva una domanda inevitabile: si tratta soltanto di coincidenze o del segnale di un clima di intimidazione e pressioni esterne? Certo, uno dei nodi tecnici riguarda la lingua. Il cinese non è un idioma unitario, ma un mosaico di dialetti complessi, come quelli del Fujian e del Wenzhou, aree di provenienza di molti imputati. Dialetti difficili da tradurre, ma che non bastano a giustificare fughe, reticenze e omissioni degli interpreti. A ciò si aggiunge un altro elemento: le istituzioni italiane hanno più volte denunciato la scarsa collaborazione del consolato cinese, che non avrebbe mai garantito un sostegno concreto.  

Foto d'archivio © Imagoeconomica 

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