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L'inchiesta parte nel marzo del 2022, quando un 22enne è stato viene attirato in una trappola con la scusa di un incontro chiarificatore e poi malmenato

E’ partita da un pestaggio per un debito di droga l’inchiesta che ha portato oggi i carabinieri e la procura di Lecce a un maxi blitz conclusosi con 33 indagati e 18 misure cautelari, di cui notificate 16 in carcere e una con il beneficio dei domiciliari. Le accuse vanno dall'associazione per delinquere finalizzata al traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio, alle lesioni personali aggravate, tentata estorsione, ricettazione, detenzione abusiva di armi, reati con l'aggravante del metodo mafioso. Il maxi blitz, denominato 'Pit Bull', come la razza di cani che difendeva l'abitazione di un indagato e che hanno attaccato un carabiniere, è stato realizzato all'alba di questa mattina nella provincia di Lecce e, in particolare, nei comuni di Racale, Alliste, Taviano, Melissano e Gallipoli, nonché presso la casa circondariale di Lecce. L'organizzazione criminale scoperta dai carabinieri del Comando provinciale era radicata nel basso Salento. L'inchiesta parte nel marzo del 2022, quando un ragazzo di 22 anni di Taviano viene attirato in una trappola con la scusa di un incontro chiarificatore, una trappola di pugni e minacce. Il ventiduenne viene malmenato brutalmente e costretto a consegnare 700 euro, il prezzo di un debito contratto per l'acquisto di droga. I suoi aguzzini lo obbligano a mettersi alla guida della propria auto, con due di loro a bordo, per recuperare il denaro a casa. Quando il ragazzo scende dal veicolo, gli sottraggono le chiavi, per impedirgli ogni via di fuga. Un episodio che gli investigatori dell'Arma scoprono essere rivelatore dell'esistenza di un gruppo ramificato, capace di muovere ingenti quantità di droga e di esercitare un controllo capillare di tipo mafioso sul territorio. Per mesi i carabinieri hanno seguito le tracce del clan, intrecciando intercettazioni telefoniche e telematiche, pedinamenti, osservazioni discrete e perfino ricognizioni aeree. L’attività investigativa ha svelato un traffico di cocaina, eroina, marijuana e hashish, smerciati non solo nei centri abitati, ma anche nelle località marine più frequentate della zona. Al vertice della riorganizzata compagine criminale c'è Vito Paolo Vacca, 31 anni, un nome che per il basso Salento suona come un'eredità pesante. Nipote di Vito Paolo Troisi, storico capo dell'omonimo clan, Vacca è considerato l'erede naturale di quella frangia della Sacra Corona Unita che dagli anni '90 controlla il traffico di sostanze stupefacenti nell'area. Figlio del defunto Angelo Salvatore Vacca, ergastolano per omicidio, Vito Paolo ha preso le redini del gruppo dopo la morte del padre il 23 agosto 2024, mentre era ai domiciliari per gravi patologie oncologiche. La sfarzosa cerimonia funebre del boss, celebrata il giorno seguente nella chiesa San Giorgio Martire di Racale, con una carrozza dorata trainata da quattro cavalli neri, è stata un 'manifesto' di potere, una ostentazione secondo lo stile che le mafie utilizzano per riaffermare la propria presenza sul territorio. Nell'organizzazione di Vito Paolo Vacca, un ruolo fondamentale è stato quello delle donne di famiglia. Sei di esse, infatti, tutte raggiunte da misure cautelari, gestivano lo spaccio e lo stoccaggio della droga, controllando approvvigionamenti, consegne e contabilità. In particolare, la moglie di Vacca sostituiva il marito in sua assenza, occupandosi personalmente della distribuzione delle dosi, del rifornimento delle scorte e della gestione dei proventi illeciti. La droga, chiamata in codice "cento" o "pietre", veniva prelevata più volte al giorno da nascondigli sicuri, nascosta in buste della spesa o cartoni di vino e detersivi per passare inosservata. Una volta preparate le dosi, il cellophane usato per il confezionamento veniva bruciato per cancellare ogni traccia di odore e residuo. Un sistema collaudato che ha permesso al clan di accumulare ingenti profitti. Infatti, in un'intercettazione, Vacca fa riferimento a un'operazione finanziaria costata circa 774 mila euro che, una volta immessa sul mercato, avrebbe fruttato oltre due milioni di euro all'organizzazione. Il bilancio dell'inchiesta vede anche sette arresti in flagranza, il sequestro di 22 chili di cocaina, 10 chili di marijuana, 3,5 chili di eroina, 9 chili di hashish e beni per un valore di circa 91.000 euro. 


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