Il caso del diciassettenne rapito riaccende i riflettori sulla morsa criminale che stringe la città
Alle 21.30, nel centro della città di Vittoria, fuochi d’artificio, applausi, grida di gioia e lacrime di sollievo accompagnano il ritorno del ragazzo di 17 anni, figlio di un imprenditore ortofrutticolo locale e rapito poco più di 24 ore prima. Si è presentato spontaneamente al commissariato, provato ma in buone condizioni. Nessun riscatto pagato, nessuna richiesta formale: un finale apparentemente felice che lascia aperti inquietanti interrogativi. Ascoltato per diverse ore dagli agenti della squadra mobile e dagli investigatori del commissariato, il giovane ha raccontato di un casolare isolato, di uomini a volto coperto e di pochi dettagli su un percorso durato all’incirca sei minuti in auto prima della liberazione. Conseguentemente al rilascio, ha camminato per circa 20 minuti fino a imbattersi in un amico che lo ha accompagnato direttamente alla polizia. Secondo il legale della famiglia, ci sarebbero “quattro balordi” dietro il sequestro, spaventati dalla massiccia e tempestiva reazione delle forze dell’ordine e dal clamore mediatico. C’è chi però non è convinto si sia trattato solo di un gesto sconsiderato. Le indagini dell'inchiesta coordinata dalla Procura di Ragusa, con il coinvolgimento della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, si concentrano su due ipotetiche piste: una vendetta per un debito non saldato o un atto intimidatorio con finalità dimostrative. L’unica traccia visiva al momento deriva da un video di sorveglianza che ha immortalato due auto, una Panda bianca e una nera, allontanarsi dalla zona del rapimento poco dopo il fatto. Le forze dell’ordine continuano ad interrogare amici e conoscenti del giovane nel tentativo di ricostruire le sue ultime frequentazioni. Nonostante non siano arrivate certezze, una convinzione comincia a prendere forma, non si è trattato di un sequestro a scopo di estorsione ma di una messinscena per “lanciare un messaggio”.
Tra i vicoli della città, c’è un nome che torna a farsi sentire: Gianfranco Stracquadaini, detto “Faccia d’angelo” o “il pazzo”, ex detenuto, latitante da oltre un anno e mezzo, uomo di vertice della criminalità organizzata locale, con legami nel narcotraffico internazionale, soprattutto con gruppi albanesi. E’ lui la figura criminale più temuta nel territorio, accusato di essere uno degli esecutori del tentato omicidio dell’ex collaboratore di giustizia Roberto Di Martino, ad essere collegata indirettamente l’episodio del sequestro. Il casolare in cui sarebbe stato liberato il ragazzo si trova in contrada Fanello, vicino a una proprietà riconducibile a un parente stretto di Stracquadaini. Gli inquirenti per l’appunto non escludono che il sequestro, o quantomeno la sua conclusione così rapida, possa essere stata “condizionata” dal boss latitante per mantenere la calma sul territorio e proteggere i propri interessi. Il sindaco di Vittoria, Francesco Aiello, ha lanciato un appello forte: “Serve un intervento straordinario dello Stato. Da troppo tempo il nostro territorio vive in un clima di insicurezza costante”. In città sembra riaffacciarsi lo spettro degli anni ’80 e ’90, quelli della guerra tra clan. Giuseppe Bascietto, giornalista e blogger impegnato da anni nel raccontare le dinamiche mafiose della zona, è convinto che Stracquadaini stia mandando segnali di potere: “Potrebbe aver scelto di punire chi non onora i debiti di droga. Ha stretto un’alleanza con gruppi criminali albanesi, e ora potrebbe voler riaffermare il proprio controllo”. Tra le vie di Vittoria si respira una particolare inquietudine: il traffico di droga ha preso piede in maniera capillare, lo spaccio è visibile anche in pieno centro, le serre - un tempo motore dell’economia agricola - ora sembrano diventare terreno fertile per il riciclaggio dei proventi illeciti. Un contesto fragile, dove anche un sequestro-lampo può scatenare fantasmi mai del tutto svaniti. Persino il padre e lo zio del ragazzo rapito, figure rispettate in città per la loro attività imprenditoriale, hanno voluto ribadire l’estraneità della famiglia a qualsiasi dinamica criminale: “Siamo sconvolti, ma abbiamo fiducia nelle indagini”. In mezzo al sollievo per il ritorno del ragazzo, resta una città ferita, fragile, che si interroga se questo sequestro-lampo possa dimostrare il fatto che, a Vittoria, nulla accade senza che “Iddu”, Stracquadaini, lo permetta.
Il caso è tutt’altro che chiuso, si sono accesi i riflettori su una realtà che da tempo cerca di nascondere le proprie crepe. Vittoria pretende risposte, mentre lo Stato è chiamato a dimostrare che, anche in territori difficili come questo, l’illegalità non può essere tollerata.
