Dal 2018 oltre trenta aggressioni: “Bastonate a chi si ribella”
A Prato e nel suo distretto tessile – che comprende anche Campi Bisenzio, Carmignano e Montemurlo – la realtà dello sfruttamento emerge con forza quando gli scioperi vengono repressi con la violenza. La Procura - guidata da Luca Tescaroli - ha registrato “molteplici spedizioni punitive”: una delle più note è avvenuta tra l’8 e il 9 ottobre 2024, quando un gruppo di operai pakistani è stato aggredito a bastonate, con quattro feriti finiti in ospedale. Stavano protestando con scioperi a oltranza in diverse fabbriche. Non è stato un episodio isolato.
Le condizioni che hanno spinto i lavoratori alla ribellione sono diventate la normalità dal 2008-2010: turni di 12-13 ore per sette giorni alla settimana, assenza di tutele e sicurezza. Una pratica tollerata anche dalle istituzioni e dalla politica, in nome della sopravvivenza del settore. Questo sistema si è diffuso ben oltre i confini toscani. La Procura di Milano, dal 2024, ha commissariato laboratori di marchi come Alviero Martini, Dior, Armani, Valentino e Loro Piana, denunciando un problema di sfruttamento radicato e diffuso.
© Paolo Bassani
Con la nascita del sindacato Sudd Cobas (ex Si Cobas) nel 2018, la protesta ha trovato una voce organizzata, ma anche una reazione dura. “Sia all’interno del luogo di lavoro, tramite operai ingaggiati allo specifico fine di controllarli – spiega il procuratore Tescaroli – sia all’esterno, con veri e propri agguati materialmente eseguiti da persone rimaste ignote”. Le aggressioni registrate sono circa trenta. A volte di notte, da uomini incappucciati, altre in pieno giorno e a volto scoperto. Nel 2021 due operai che avevano denunciato le condizioni di sfruttamento sono stati colpiti davanti a un’azienda cinese. Tra aprile 2023 e marzo 2024, sei iscritti al sindacato sono stati presi di mira da gruppi organizzati di picchiatori.
Sudd Cobas denuncia che le aziende committenti, quando percepiscono tentativi di sindacalizzazione, abbandonano i fornitori coinvolti. È accaduto con MontBlanc: dopo che i dipendenti avevano ottenuto contratti regolari grazie agli scioperi, il marchio ha interrotto la collaborazione con il magazzino – di cui era cliente unico – sostenendo di aver scoperto solo allora che non vi si lavorava regolarmente. Eppure, un’inchiesta di Al Jazeera del 2024 con telecamere nascoste ha rivelato che la produzione era stata trasferita in un altro magazzino del fiorentino, dove un’imprenditrice spiegava ai finti imprenditori cinesi che “ora non producono più Gucci”. Poco prima della pubblicazione del reportage, la produzione era già stata spostata di nuovo.
“L’argomento va oltre Loro Piana – ha dichiarato a luglio scorso Cécile Cabanis, amministratrice delegata di Lvmh –. È un tema che l’intero settore in Italia sta affrontando ed è qualcosa che dovremo gestire collettivamente con le associazioni e con il governo”. Una consapevolezza che inevitabilmente chiama in causa anche i sindacati.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
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