Il procuratore di Catania: “Serve schermare, non solo controllare”
È un problema che affligge il sistema carcerario ormai da anni, quello dei telefoni introdotti nei penitenziari di tutto il Paese. A spiegare i motivi per cui questi dispositivi continuano a consentire ai detenuti, compresi i boss mafiosi, di comunicare, impartire ordini, mantenere rapporti con l’esterno e perfino riorganizzare i traffici criminali, ci ha pensato il procuratore di Catania, Francesco Curcio, intervistato dai microfoni di Repubblica. Si tratta di una questione che ha avuto inizio “ben prima del Covid”. Già prima del 2019 se ne discuteva a livello nazionale, ipotizzando – come ha auspicato più volte anche il procuratore Nicola Gratteri - di schermare almeno le carceri di massima sicurezza. Non è un caso che durante le rivolte carcerarie esplose con il Covid si rese evidente come i telefoni avessero avuto un ruolo nel coordinamento delle proteste. “In quell’occasione - ha ricordato Curcio - si constatò come ci fosse un collegamento e come queste rivolte a catena, in qualche modo, avessero un fil rouge costituito anche dalle telefonate tra l’uno e l’altro istituto penitenziario”.
Riguardo alle possibili soluzioni, il procuratore di Catania ha comunque precisato che non è pensabile voler risolvere il problema impedendo materialmente l’ingresso dei telefoni nei penitenziari. Oggi, infatti, esistono modalità sempre più sofisticate, dai droni ai lanci manuali di apparecchi oltre le mura, senza contare le complicità interne. “Massima solidarietà agli agenti di custodia - ha precisato -: sono 40.000 ma ne basta uno su mille che si presta a questo gioco… ma non è solo quello il canale”. In ogni caso, il punto non è tanto eliminare il rischio della corruzione, quanto rendere inutile la disponibilità stessa dei cellulari, attraverso sistemi di schermatura.
Il procuratore ha poi chiarito le conseguenze di questa situazione: senza un vero isolamento dei boss, le organizzazioni criminali riescono a mantenere intatte le loro gerarchie. I telefoni in carcere non servono soltanto a impartire ordini su singole estorsioni o spedizioni di droga, ma contribuiscono a mantenere viva la struttura stessa della mafia. È grazie a quei contatti che i detenuti possono stringere alleanze, favorire nuove affiliazioni, coordinare traffici di stupefacenti e gestire rapporti tra clan diversi. In altre parole, i cellulari diventano lo strumento che permette ai capi di continuare a comandare, vanificando di fatto lo scopo della detenzione. “Quando ci sono delle riunioni tra tutti i procuratori distrettuali il problema viene rappresentato. Il procuratore nazionale ne è a conoscenza - ha sottolineato Curcio -. Lo abbiamo esposto alla commissione antimafia e in tutte le sedi. Penso che qualcuno debba prendere qualche decisione. Diventa quasi ridicolo che uno va in carcere e dice: ‘fai quell’estorsione, parla con quello o quell’altro, la droga portala lì e non portarla là’ e così via”.
Fonte: La Repubblica
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