Indagini sui legami con la mafia turca e il boss Baris Boyun: possibile operazione criminale nella Tuscia
Dopo che due cittadini turchi sono stati arrestati pochi giorni fa a Viterbo, alla vigilia della festa di Santa Rosa, la città della Tuscia sembra essere piombata al centro di una forte attenzione mediatica. D’altronde, la questione, dal punto di vista giudiziario, potrebbe avere risvolti ben più che rilevanti. I due cittadini, armati e in possesso di documenti falsi, sono stati arrestati in un bed and breakfast di Viterbo, mentre altri cinque loro connazionali sono stati fermati in una casa vacanze a Montefiascone, poi rilasciati per mancanza di prove. Resta il fatto che la loro presenza in Tuscia rimane ancora un mistero da chiarire.
Le ipotesi investigative sono diverse. Per il momento, tre scenari sembrano i più probabili, anche se quello più plausibile appare legato a un esponente di primo piano della mafia turca presente in zona. Non si esclude nemmeno la possibilità che il gruppo stesse preparando uno scontro con una fazione rivale. Un’ultima ipotesi, considerata meno probabile, potrebbe essere legata alla presenza del ministro degli Esteri Antonio Tajani e a un possibile attentato nei suoi confronti.
Tornando alla figura di primo piano nel contesto della mafia turca, il personaggio in questione potrebbe essere Baris Boyun. Arrestato nel 2024 proprio nel Viterbese, a Bagnaia, Boyun è al vertice di un’organizzazione criminale con centinaia di affiliati. Si tratta di un gruppo mafioso che si finanzia principalmente con i proventi del traffico di droga, ma anche con le armi, il traffico di esseri umani e sistemi finanziari come l’hawala, un metodo di trasferimento di denaro molto diffuso in Asia, Medio Oriente e nel Corno d’Africa, utilizzato soprattutto per attività di riciclaggio. Ad ogni modo, proprio la questione di Boyun sembra essere quella più “interessante”.
La Turchia da tempo chiede la sua estradizione, ma la giustizia italiana ha prontamente respinto le richieste per ragioni legate sia alle sue origini curde che alle condizioni delle carceri turche. Una decisione che ha inasprito i rapporti tra Roma e Ankara, tanto da diventare oggetto di confronto tra la premier Giorgia Meloni e il presidente turco Erdogan. L’attenzione della Turchia sul boss Boyun è talmente alta che - come ha riportato Repubblica - i servizi segreti di Ankara avrebbero persino tentato di raccogliere informazioni sulle indagini infiltrandosi tra gli interpreti nei palazzi di giustizia italiani. Oltretutto, nonostante il regime di 41-bis al quale è sottoposto, Boyun ha continuato a impartire ordini dal carcere. Segno che la sua organizzazione mantiene ancora una forza operativa. È in questo contesto che i due turchi arrestati a Viterbo potrebbero assumere un significato ben più rilevante: erano semplici soldati di basso livello, o pedine di una strategia più ampia che intreccia criminalità organizzata, guerre interne tra clan e persino lo scontro tra intelligence di due Stati?
Le carte giudiziarie descrivono l’organizzazione di Boyun come una realtà criminale feroce, pronta a imporre la sua supremazia su altri gruppi turchi e ad allargare la propria influenza in Europa. Il traffico di droga - dalle partite di MDMA alla cannabis - rappresenta una delle principali fonti di reddito, insieme al contrabbando di sigarette, al riciclaggio e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ora, gli interrogativi sugli ultimi arresti restano numerosi e senza risposta. Gli uomini fermati stavano forse preparando un’azione per liberare il boss? Oppure erano incaricati di colpire un gruppo rivale, in una guerra sotterranea che da Istanbul si riflette oggi in Italia? E ancora: le armi ritrovate servivano per difendersi o per attaccare? Il caso, al momento, è nelle mani della procura di Viterbo, ma non si esclude che possa passare presto alla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma. Quel che è certo è che la presenza della mafia turca nel cuore della Tuscia non è più un’ombra transitoria, ma una realtà che impone ancora più attenzione.
Foto d'archivio © Imagoeconomica
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