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A trent’anni dalla sua morte, la figura di Libero Grassi continua a rappresentare un faro per chi crede nella legalità, nella dignità del lavoro e nel coraggio civile. La sua storia è quella di un imprenditore che scelse di non piegarsi al ricatto mafioso. Una scelta costata la vita, ma che ha segnato un punto di svolta nella storia della lotta alla criminalità organizzata.

Un nome scelto in memoria di un martire

Nato a Catania il 19 luglio 1924, poco dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, Libero Grassi porta nel nome un’eredità di opposizione al fascismo. La sua famiglia antifascista si trasferisce a Palermo quando lui ha otto anni. Dopo la maturità classica al liceo Vittorio Emanuele, si iscrive a Scienze Politiche a Roma, ma la guerra e il regime fascista lo costringono a rifugiarsi in seminario per evitare l’arruolamento. Solo dopo la liberazione può laurearsi in Giurisprudenza a Palermo.

La carriera d’imprenditore e l’impegno politico

La sua aspirazione alla carriera diplomatica viene frustrata dalla guerra. Decide allora di seguire le orme del padre, commerciante. Negli anni ’50 fonda un’azienda con il fratello a Gallarate, poi rientra in Sicilia e crea una propria impresa tessile a Palermo: la Sigma, specializzata in biancheria intima femminile. L’azienda prospera e arriva a contare 250 operai. Negli anni ’60, insieme alla moglie Pina Maisano, partecipa attivamente al Partito Radicale. Dopo lo scioglimento di quest’ultimo, aderisce al Partito Repubblicano Italiano. Il suo impegno civile lo porta anche nel consiglio d’amministrazione dell’azienda municipalizzata del gas di Palermo, dove si batte per il bene collettivo contro gli interessi privati dei “bombolari”.

Il coraggio della denuncia

All’inizio degli anni ’90, Libero Grassi riceve pressioni da parte della mafia per il pagamento del pizzo. Lui si oppone pubblicamente. Il 7 gennaio 1991, scrive una lettera al Giornale di Sicilia in cui denuncia le minacce ricevute: “Non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere.” La lettera è un atto di rottura senza precedenti. Grassi non si limita a rifiutare il pizzo, ma lo dice pubblicamente. Il 11 aprile 1991, ospite di Samarcanda di Michele Santoro, afferma: “Io non sono pazzo. Non mi piace pagare, è una rinuncia alla mia dignità di imprenditore.” Ma la sua scelta lo isola: persino Sicindustria prende le distanze. Un giudice catanese dichiara che non è reato pagare il pizzo, e Libero si sente sempre più solo.

L’omicidio

La mafia aspetta. E colpisce. Il 29 agosto 1991, mentre si reca in fabbrica, Libero Grassi viene assassinato sotto casa, a Palermo, con quattro colpi di pistola. Aveva rifiutato la scorta: non voleva che qualcuno morisse per lui. Ai funerali partecipò una folla commossa. Interviene il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Lo stesso giorno, Libero Grassi viene insignito della Medaglia d’Oro al Valor Civile. Nel 1993 viene arrestato il killer, Salvatore Madonia, figlio del boss di Resuttana. Il complice, Marco Favaloro, si pente e ricostruisce l’agguato. Nel 2008, la sentenza definitiva condanna all’ergastolo tutta la Cupola mafiosa. Libero Grassi diventa un esempio giudiziario e morale. Nel frattempo, il Governo istituisce il fondo di solidarietà per le vittime di estorsione. Gli vengono intitolati scuole, strade, piazze e associazioni.

La battaglia di Pina, la voce dei figli

Pina Maisano Grassi (deceduta il 7 giugno 2016) vedova coraggiosa, non si arrende. Porta avanti la lotta del marito dentro e fuori le istituzioni. Eletta nelle liste dei Verdi, testimonia ovunque l’impegno di Libero, parlando nelle scuole, alle associazioni, nei comizi. Alice e Davide, i figli, condividono il dolore e l’impegno. Davide prende le redini dell’azienda: “La Sigma vive e continuerà a vivere anche nel ricordo di Libero Grassi.”

Un’eredità viva: Addiopizzo

Nel 2004, tredici anni dopo l’omicidio, sui muri di Palermo compare la scritta: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità.” È la nascita del movimento Addiopizzo, fondato da giovani palermitani che si ispirano proprio a lui. Pina li definisce “nipoti adottivi”, e il loro operato continua a diffondere quel seme piantato da Libero. Libero Grassi fu lasciato solo. Lo Stato arrivò tardi. I colleghi lo accusarono di “lavare i panni sporchi in pubblico”. Ma lui non si piegò. Sapeva che un popolo che tace diventa complice. Disse: “Se 200 imprenditori parlassero, milleseicento mafiosi finirebbero in manette.” Il suo sacrificio fu un atto d’amore per la sua città, anche se Palermo, come disse la figlia Alice, “non merita bambini”. Libero Grassi non cercava la fama. Non voleva essere un eroe. Chiedeva solo di lavorare in pace, senza dover pagare “tasse mafiose” per poter esistere. È stato ucciso per essere stato un “cattivo.
Come disse il PM Gioacchino Natoli:
“Il suo sacrificio ha acceso la speranza e il coraggio di continuare. E per questo dobbiamo rendergli grazie.”

"Siamo niente senza memoria."Pina Maisano Grassi

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