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Dopo l’inchiesta di Repubblica è scattato l’allarme nazionale: individuato un vuoto nel sistema

Nei mesi scorsi un’inchiesta di Repubblica, condotta da Salvo Palazzolo, aveva mostrato come dietro alla scarcerazione di numerosi boss mafiosi - anche irriducibili - in nome di una “buona condotta” adottata all’interno delle strutture detentive in realtà vi fosse una falla nel sistema. I casi riguardavano tribunali di sorveglianza, soprattutto al Nord, che non chiedono i pareri delle procure antimafia. Oppure provvedimenti che non vengono comunicati alle Direzioni distrettuali antimafia. 
Un cortocircuito che la presidente della Commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo, ha deciso di affrontare: dopo una serie di audizioni, ha presentato una proposta di legge per rendere obbligatorio il parere delle procure. “Il giudice non può pronunciarsi in assenza dei pareri, delle informazioni e degli accertamenti richiesti”, stabilisce uno degli articoli del testo. Inoltre, i provvedimenti dovranno essere comunicati “al pubblico ministero presso il tribunale del capoluogo del distretto ove è stata pronunciata la sentenza di primo grado e al procuratore nazionale antimafia, i quali possono proporre ricorso per Cassazione”.
Repubblica ha documentato il ritorno in permesso premio di diversi boss ergastolani, a volte definiti “detenuti modello”, senza che le procure ne fossero informate. Raffaele Galatolo, lo “strangolatore” dell’Acquasanta; Ignazio Pullarà, custode dei segreti economici della vecchia mafia; Salvatore Rotolo, l’assassino del professore Paolo Giaccone, sono solo alcuni dei padrini rientrati a Natale e Pasqua, a Palermo.
E non si tratta di casi isolati: benefici sono stati concessi anche ai mafiosi delle stragi. Ad esempio, Giovanni Formoso, di Misilmeri, tra gli esecutori della strage di via Palestro, ha ottenuto permessi pur restando confinato a Napoli, lontano dalla Sicilia.
Su richiesta della presidente Colosimo, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha cercato di fornire un elenco completo dei boss che usufruiscono dei permessi premio, ma un dato certo non esiste. I numeri disponibili sono comunque significativi: “I permessi premio concessi annualmente sono cresciuti in modo significativo – si legge nella proposta – nei primi mesi del 2025, quasi 200 boss hanno ottenuto misure premiali, le quali, qualora concesse senza controlli adeguati, rappresentano un pericolo concreto per la tutela della collettività e motivo di grande allarme sociale tra i cittadini”.
Dal 2019, dopo la sentenza della Corte Costituzionale, anche i mafiosi hanno accesso ai benefici penitenziari, a condizione che non vi sia “attualità della partecipazione all’associazione criminale” né “pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata”. La Cassazione ha aggiunto un ulteriore requisito: la prova di aver risarcito le vittime. Ma quasi tutti i boss dichiarano di non avere più nulla, appellandosi ai sequestri subiti.
Ora l’obiettivo di Colosimo è riordinare il sistema, rafforzando il ruolo della procura nazionale antimafia - scrive Palazzolo - e rendendo vincolanti i pareri delle procure territoriali.

Fonte: La Repubblica

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