"Non posso più rifiutarmi di utilizzare questa parola. Ascoltare l’accostamento delle parole 'Israele' e 'fame' è devastante"
"Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: 'genocidio'. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì". Così lo scrittore israeliano, David Grossman, in un'intervista a 'la Repubblica', sul dramma di Gaza. "Questa parola - aggiunge - serve principalmente per dare una definizione o per fini giuridici: io invece voglio parlare come un essere umano che è nato dentro questo conflitto e ha avuto l’intera esistenza devastata dall’Occupazione e dalla guerra. Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi. 'Genocidio'. È una parola valanga: una volta che la pronunci, non fa che crescere, come una valanga appunto. E porta ancora più distruzione e più sofferenza". "Sto male. Anche se so che quei numeri - sottolinea Grossman - passano attraverso il controllo di Hamas e che Israele non può essere l'unico colpevole di tutte le atrocità a cui assistiamo. Nonostante ciò, leggere in un giornale o ascoltare nelle conversazioni con gli amici in Europa l’accostamento delle parole 'Israele' e 'fame'; farlo partendo dalla nostra Storia, dalla nostra presunta sensibilità alle sofferenze dell’umanità, dalla responsabilità morale che abbiamo sempre detto di avere verso ogni essere umano e non soltanto verso gli ebrei... tutto questo è devastante. E mi manda in confusione: non dal punto di vista morale, ma personale. Mi chiedo: come siamo potuti arrivare a questo punto? A essere accusati di genocidio? Anche solo pronunciare questa parola, 'genocidio', in riferimento a Israele, al popolo ebraico: basterebbe questo, il fatto che ci sia questo accostamento, per dire che ci sta succedendo qualcosa di molto brutto".
Quanto alla possibile risoluzione di una storia che sembra senza fine Grossman si dice “disperatamente fedele all’idea dei due Stati, principalmente perché non vedo alternative”. “Sarà complesso - aggiunge - e sia noi che i palestinesi dovremo comportarci in modo politicamente maturo di fronte agli attacchi che sicuramente ci saranno. Ma non c’è un altro piano”. C’è poi l’iniziativa internazionale che molti Paesi stanno prendendo come metodo diplomatico di pressione: il riconoscimento dello Stato palestinese. “Credo sia una buona idea e non capisco l’isteria che l’ha accolta qui in Israele. Magari avere a che fare con uno Stato vero, con obblighi reali, non con un’entità ambigua come l’Autorità palestinese, avrà i suoi vantaggi. È chiaro che dovranno esserci condizioni ben precise: niente armi. E la garanzia di elezioni trasparenti da cui sia bandito chiunque pensa di usare la violenza contro Israele".
Foto © Imagoeconomica
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