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Piero Nava, testimone dell’omicidio Livatino: “Deluso e amareggiato dallo Stato, ma non rinnego la mia decisione”

Brancaccio, il quartiere dei Graviano, di Michele Greco, di killer mafiosi come Giovanni Drago, era un luogo in cui una famiglia sì e una no viveva dei proventi legati a Cosa Nostra. Anche alcuni parenti di mia madre, che facevano parte dell’organizzazione, sono finiti vittime della stessa violenza mafiosa”. A parlare è Giuseppe Carini, testimone di giustizia e protagonista del libro “I miei giorni a Brancaccio con padre Puglisi”, edito da Paoline Editoriale. Nel volume, scritto da Roberto Mistretta, Carini racconta, attraverso la penna dell’autore, la sua amicizia con padre Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia a Palermo il 15 settembre 1993, proprio il giorno del suo compleanno. Don Puglisi ebbe il coraggio di sfidare apertamente Cosa Nostra, opponendosi al suo dominio e cercando di strappare i giovani dalle mani della criminalità attraverso l’educazione, la cultura e il messaggio profondo del Vangelo. Fondò il Centro “Padre Nostro”, un luogo di aggregazione e formazione per i ragazzi del quartiere, e denunciò costantemente l’assenza dello Stato in un territorio controllato in maniera capillare dalla mafia. Di questo e molto altro si parla nel libro, dedicato alla figura del sacerdote noto come il prete delle “Tre P”, come affettuosamente lo chiamavano i giovani di Brancaccio: Padre Pino Puglisi. 
Entrare in Cosa Nostra era vissuto come un’aspirazione”, ha ricordato Carini, descrivendo la mentalità diffusa in quegli anni. “Perché, una volta dentro, non avevi più bisogno di nulla. Ti sentivi pienamente realizzato”. 
E chi meglio di lui può saperlo? “Durante tutta la mia infanzia ho vissuto sentendo l’odore della polvere da sparo, vedendo il sangue delle vittime di Cosa Nostra”, aggiunge. 
Per chi cresce in una famiglia dove la mafia è parte integrante della quotidianità, la vera eccezione può diventare proprio il non intraprendere quella strada. Per molti, sembra un destino inevitabile, scolpito su pietra. Carini lo racconta con lucidità, ricordando un episodio emblematico: quello di un boss che, pur di non fare il nome dell’esecutore materiale di un omicidio di cui era mandante, si assunse ogni responsabilità e scontò anni di carcere. “Essendo un uomo d’onore, non ha mai parlato”. E aggiunge: “Avrebbe potuto ottenere uno sconto di pena, ma non ha mai collaborato. Ha trascorso tutta la vita in prigione. Quando ha finito di scontare la pena, per molti sembrava fosse tornato Dio in terra. Perché ciò che affascinava della mafia non erano i soldi, ma il potere”. *




Parole di grande rispetto e riflessione sono arrivate anche da Piero Nava, primo testimone di giustizia in Italia e testimone dell’omicidio del giudice Rosario Livatino. Nel suo intervento ha raccontato cosa significhi, oggi, essere un testimone di giustizia nel nostro Paese. “Con me stesso mi sento bene. Rispetto alla scelta che ho fatto, ho conservato la mia dignità. Ma per il resto sono molto deluso e amareggiato. Ho ancora un problema aperto con lo Stato e con chi oggi lo governa, persone che, a mio avviso, non sono molto credibili.” - prosegue - “Sapete bene che la pensione dura fino alla fine della vita. A me, invece, viene versato un contributo per vent’anni, in base a quanto avrei percepito se avessi continuato la mia carriera. Dopo di che, più nulla. Posso anche morire. E questo mi addolora profondamente”. Eppure, oggi Piero Nava è considerato un simbolo del coraggio civile: un cittadino che ha rotto il silenzio, contribuendo all’individuazione del killer di Livatino. Ma lo Stato, a cui ha sacrificato la propria vita e identità entrando nel programma di protezione e vivendo per anni sotto falso nome, sembra averlo abbandonato. Un paradosso, soprattutto in un Paese che si dichiara fermamente antimafia. Proprio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato come la sua scelta di entrare in politica sia stata segnata dalla strage di via d’Amelio, in cui perse la vita un altro giudice, Paolo Borsellino.
Nonostante tutto, Nava non rinnega la sua decisione. Anzi, lancia un messaggio ai giovani:
Ci sono situazioni nella vita in cui puoi fare una sola scelta, se vuoi mantenere il rispetto per te stesso e poterti guardare allo specchio la mattina: testimoniare. Questa è la cosa importante. Dovete capire che a rovinare la società è l’indifferenza. Se tutti dicessero la verità, se tutti testimoniassero, le cose si sistemerebbero molto più in fretta”. 

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In libreria ''Io sono nessuno'' di Piero Nava 

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