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Accanto alla borsa di Paolo Borsellino, che “adesso c’è in Parlamento”, andrebbe posto un elenco delle sue frasi, prima fra tutti: “Io, a fine mese, quando prendo lo stipendio, mi chiedo se me lo sono guadagnato”. “Chi siede a Montecitorio o al Senato dovrebbe leggerle e chiedersi: me lo sono guadagnato? No, non se lo sono guadagnato, perché per loro conta solo tirare per la giacca il morto di turno e pubblicare qualcosa ogni tanto”.
“Io sono qua per onorare quella persona
”, ha detto Paparcuri riferendosi a Borsellino, “se sono diventato, tra virgolette, qualcuno, lo devo a lui”. “Grazie a lui ho conosciuto Nino Di Matteo, abbiamo lavorato assieme, il dottor Scarpinato, il dottor Grasso”, ha aggiunto. Borsellino “ha creduto in me riconoscendomi e valorizzandomi”; “mi ha voluto accanto al pool antimafia, ad occuparmi di qualcosa di molto importante”. Paparcuri ha poi spiegato di essere sul palco anche per Vullo, perché “so come vive un sopravvissuto, cioè che non si vive. Si vive male, ci portiamo dietro quel rimorso di coscienza di essere rimasti in vita, ma non è stata colpa nostra, non l’abbiamo deciso noi. Però, noi, fino ad adesso, abbiamo fatto di tutto per onorare la morte dei nostri colleghi”. Riguardo a Borsellino, Paparcuri ha ricordato: “In ospedale, all’indomani della mia strage, dovevo essere operato, l’unico che venne a trovarmi fu lui. Il dottor Falcone non è venuto, mi conosceva abbastanza bene, perché si trovava fuori la Sicilia. Ma venne Paolo Borsellino, mi batte la mano sul petto, facendomi male da morire, ma quello fu un patto d’onore”.

Il 23 maggio scorso: la testimonianza di Giovanni Paparcuri

Paparcuri, visibilmente commosso, ha rievocato i fatti accaduti quel pomeriggio sotto il palco dell’evento, dove era presente insieme ad altre persone per onorare la memoria del giudice Falcone. “Io c’ero, purtroppo c’ero,” ha esordito, definendo inaccettabile l’anticipo del minuto di silenzio rispetto all’orario previsto. “Nessuno ha detto ad Alessandro Delisi, il coreografo della situazione, che era troppo presto,” ha dichiarato Paparcuri, sottolineando come il funzionario abbia addirittura “quasi strattonato” il trombettista, invitandolo a sbrigarsi, anche se mancavano dieci minuti. Un gesto che, secondo Paparcuri, ha mancato di rispetto non solo al musicista, ma al significato stesso della commemorazione.
Il racconto si è fatto ancora più intenso quando Paparcuri ha descritto la delusione dei giovani presenti, arrivati in orario per assistere al momento solenne ma rimasti invece esclusi. “Ho pianto per quei ragazzi,” ha confessato, “perché non hanno potuto vivere quel religioso silenzio che rende unico il 23 maggio.” La sua amarezza si è poi rivolta alla gestione del palco, dove è stato costretto a scendere da un funzionario della Digos senza motivo, nonostante non stesse facendo nulla di scorretto. Mi stavo “godendo il vero 23 maggio,” ha detto, denunciando un trattamento che ha percepito come ingiusto e umiliante.
Nel suo intervento, Paparcuri ha poi puntato il dito al cuore morale della questione: “Il dottor Falcone non è di Maria Falcone, è suo fratello, ma Maria Falcone non ha il diritto di fare il suo nome e cognome. No, non ce l’hai il diritto. Io, in quegli uffici, non l’ho mai vista”, ha affermato con forza, sottolineando come il ricordo del giudice debba essere un patrimonio collettivo.
Nonostante la durezza delle sue parole, Paparcuri ha tenuto a precisare che la sua non era una polemica personale contro l’ex magistrato Pietro Grasso, presente all’evento, ma un richiamo alla responsabilità di chi ha gestito la cerimonia. Ha nominato Alessandro Delisi come principale responsabile sottolineando come non ci fosse alcuna ragione per accelerare i tempi dell’evento.
L’intervento di Paparcuri si è concluso con un invito rivolto proprio a Grasso: “Lo dica alla professoressa Falcone che è così che si fa”, riferendosi alla gestione della commemorazione della strage di via d’Amelio, “queste sono le belle commemorazioni” ha concluso.

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