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La persona che è alla "Presidenza della Commissione antimafia sta disonorando questa Commissione perché sta ponendo in atto, insieme a personalità di questo Governo, un vero e proprio depistaggio istituzionale".
È tanta la rabbia di Salvatore Borsellino, quella rabbia di chi non ha "avuto ancora a più di trent'anni di distanza verità e giustizia. E non soltanto per non avere avuto verità e giustizia per mio fratello, ma soprattutto per Agostino, per Claudio, per Emanuela, per Vincenzo e per Walter".
Mentre parla stringe al petto una maglietta con su scritto 'fuori la mafia dallo Stato', il vento ogni tanto si fa sentire donando un po' di sollievo a chi è presente come ogni anno alla caserma Lungaro, sede del reparto scorte della Questura di Palermo.
Oggi all'evento organizzato dal Siap (Sindacato italiano appartenenti Polizia) hanno partecipato le autorità, familiari vittime di mafia, sopravvissuti alle stragi, membri della società civile alla presenza del questore di Palermo Vito Calvino e del suo vice Alessandro Milazzo.
Domani sarà il 19 luglio, giorno della commemorazione della strage di via d'Amelio in cui venne ucciso il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.
Ad oltre trent'anni di distanza "non è venuta alla luce quella scatola nera di quella strage che è l'agenda rossa e che sicuramente giace nei sotterranei di qualche palazzo romano" ha detto Salvatore Borsellino esprimendo il suo sdegno nel vedere la borsa del fratello esposta in Parlamento. "Per me quella borsa è un corpo di reato che dovrebbe essere mostrato in un processo che non c'è mai stato come fase dibattimentale per la sparizione di quella agenda rossa". 


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La sfiducia nei confronti di chi ora è al vertice delle situazioni è palpabile tant'è vero che il fratello del giudice parla di persone che le "occupano indegnamente" e che oggi tentano di riscrivere la storia e negare verità faticosamente conquistate nel corso di dolorosi e lunghi anni.
Per questo motivo in via d'Amelio "farò parlare soltanto i familiari delle vittime e nessun altro"; "e poi ho voluto lasciare spazio a quei giovani che è un altro anniversario del 23 maggio, quest'anno sono stati ingannati anticipando addirittura il momento del silenzio per non permettere loro di arrivare davanti al palco nel momento di commemorazione, di memoria per quel giorno, perché c'era il timore che giustamente avrebbero contestato alcuni dei personaggi a cui era stato concesso di salire su quel palco. Io lo concedo soltanto a questi giovani perché rappresentano la mia forza oggi, rappresentano soprattutto la mia speranza". Uno di loro è certamente Nino Morana, nipote di Vincenzo Agostino (scomparso il 21 apr 2024), che ha accompagnato suo nonno in tutte le battaglie per ottenere la verità sulla morte del figlio Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio (incinta) il 5 agosto del 1988.
"Io sono cresciuto proprio qui alla caserma Lungaro, uscivo da scuola e venivo a pranzo qua con nonno alla caserma" e tutti gli agenti di scorta di Vincenzo "nel momento esatto in cui sono entrati a casa nostra hanno subito fatto parte della mia famiglia. Io non mi ricordo una volta in cui mio nonno non li abbia presentati come i nipoti, non mi ricordo una volta in cui mio nonno non li abbia fatti sedere a tavola per mangiare con noi"


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Tutto questo è molto altro "mi ha fatto innamorare della divisa e di quella parte sana e giusta delle nostre istituzioni e del nostro Stato".
Una parte da "salvaguardare" ha aggiunto Brizio Montinaro, fratello di Antonio Montinaro (componente della scorta di Giovanni Falcone, ucciso nella strage di Capaci); ma ci sono delle persone, ha poi precisato, che "hanno corrotto le istituzioni e che hanno reso marcio il lavoro che fate voi". "Chi dice adesso, dopo quelle stragi, che le mafie sono sconfitte è un povere illuso", ha poi concluso.
Lavorare per lo Stato con disciplina e onore, come recita la Costituzione, non è certamente semplice. Sono molti i sacrifici e le rinunce. Salvatore Ioculano, poliziotto ora in forza a Corleone, lo ha testimoniato: "Alcune volte dentro le istituzioni è molto pesante avere la schiena dritta. Si paga tante volte". Si paga: con la propria vita o portando dei pesi pesantissimi come ha testimoniato Antonio Vullo, agente di scorta di Borsellino, unico sopravvissuto alla strage di via d'Amelio.
Anche nel suo intervento c'era molta amarezza: "Siamo al trentatreesimo anno e non lo so se è una fiction, una reality, non si capisce più perché ogni giorno vengono messi nuovi personaggi, nuove storie, e questo racconto viene sempre ad allungarsi. Sicuramente non avremmo fine" ha detto chiedendosi perché non furono prese adeguate misure per proteggere la vita del dottore Borsellino. 


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"La protezione si poteva fare e si doveva fare perché il nome dopo Falcone era quello di Borsellino. Eppure non è stata attuata" e nessuno ha "pagato. La borsa: chi l'ha presa dentro l'auto? Un'azione di polizia giudiziaria manomessa. Eppure siamo ancora qui dopo 33 anni e non si sa che fine ha fatto questa agenda".
La scatola nera della strage di via d'Amelio in cui erano appuntate verità indicibili.
Si troverà un giorno?
La partita è ancora aperta. Una cosa è certa, e l'ha raccontata l'ispettore Rino Tomasino: "Io riporto le parole di Roberto Scarpinato quando in una conferenza stampa l'altro giorno ricordava che in questo periodo, in questi tempi, hanno cercato di nasconderci l'elefante. Se le guardiamo in maniera isolata, la strage di Bologna, a Firenze...noi non abbiamo capito nulla. Tutto questo fa parte di un disegno unico perché quando poi vai a scavare dietro trovi sempre gli stessi soggetti, sempre la stessa natura".

Foto © ACFB 

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