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Il procuratore capo di Prato alla presentazione del suo ultimo libro "Il biennio stragista" 

Ci sono delle "verità che possono non essere gradite, che sono alla base di quegli atti, di quegli attentati"; una di queste è che "attraverso la stagione delle bombe si è voluto e si è riusciti a condizionare le scelte di politica legislativa del nostro Paese".
Così il procuratore capo di Prato, Luca Tescaroli, durante la presentazione del suo ultimo libro "Il biennio di sangue" (ed. PaperFirst), tenutasi sabato sera in piazza Sisinni a Maratea. 
Ad intervistare il magistrato è stato il giornalista del Fatto QuotidianoVincenzo Iurillo, nell'ambito del Festival del Libro d'Inchiesta, una rassegna itinerante fondata da Iurillo insieme all’imprenditore turistico Marco Cocurullo e organizzata dall’omonima associazione culturale presieduta dal giornalista Mimmo Rubio. Il libro è un saggio che descrive con minuzia di particolari indagini e condanne relative agli attentati che devastarono Roma, Firenze e Milano in quel biennio di terrore e di morte. 
Quelle bombe avevano diversi scopi, tra cui "fare in modo che la normativa sui collaboratori di giustizia, la normativa relativa al regime carcerario del 41-bis, la normativa sul sequestro dei beni venissero eliminate. Con il tritolo, con l'esplosivo, si voleva condizionare ciò che la nostra democrazia aveva previsto, cioè gli strumenti di aggressione più consistenti che la legislazione aveva prodotto. 
Quindi è un qualcosa che assume una dimensione terroristico-eversiva che non era accaduta nemmeno nella stagione delle bombe nere e delle Brigate Rosse, perché un attacco al cuore dello Stato di questa portata, nel quadro anche di trattative, ibridi connubi e rapporti tra esponenti delle istituzioni e mafiosi, non si era mai verificato
". 
Mai, ha rimarcato il magistrato, "vi era stata una strategia di questa portata per piegare lo Stato, per condizionarlo, e questo credo sia un qualcosa che debba essere ricordato da tutti noi, soprattutto dai più giovani che non erano ancora vivi 32-33 anni fa, quando questo agire si è concretizzato nel nostro Paese".  

L'attentato a Maratea

Il 2 giugno 1997 Tescaroli sfuggì a un agguato a Maratea, mentre si trovava sulla spiaggia del Macarro. Due persone rimaste ignote volevano ucciderlo con un fucile a doppia canna lunga e con un’altra arma a canna corta.
Poche settimane prima, Tescaroli aveva pronunciato le richieste di condanna nel processo per le uccisioni di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e della loro scorta, per il quale ottenne in via definitiva le condanne di 37 mafiosi, compresi i componenti della Cupola. biennio sangue tescaroli Nella richiesta di archiviazione, il Gip di Potenza collegò l’attentato alle indagini di Tescaroli su alcuni mafiosi siciliani, tra cui Benedetto Santapaola, Giuseppe Madonia, Antonio Ferro.
Quell'evento ha fortemente condizionato la vita del magistrato: "Ebbe un effetto ovviamente traumatico" – ha detto Tescaroli – "però l'importante è avere la consapevolezza che si deve continuare a svolgere la propria vita, perché non si deve essere vittima delle intimidazioni e dei propositi di vendetta da parte di coloro che gestiscono con intimidazione il loro potere", ha raccontato. 

La strage del rapido 904

Le stragi del 1993-1994, secondo quanto emerso dall’intervento del procuratore Tescaroli, mostrano una chiara continuità con un precedente attentato terroristico attribuito a Cosa nostra.
"Le stragi del '93-'94 sono state precedute da una strage terroristica che avvenne alla vigilia di Natale del 1984. Era il 23 dicembre 1984, e a bordo di un treno che viaggiava in direzione da Firenze verso Bologna, in una galleria Valdisambro – una cosiddetta grande galleria dell’Appennino – esplose un ordigno e morirono 16 persone, e centinaia furono ferite".
Tescaroli ha evidenziato come “in quella strage venne impiegata una tipologia di esplosivo che poi si è ritrovata anche in stragi che sono state commesse successivamente”, sottolineando che “quella strage dell’84 è risultata sempre essere riconducibile a Cosa nostra”.
L’obiettivo, secondo il procuratore, era distogliere l’attenzione dalla mafia siciliana in un periodo di forte pressione, come quello del maxiprocesso seguito alle rivelazioni di collaboratori come Tommaso Buscetta: “C’era la necessità di distogliere la collettività, le istituzioni, facendo apparire un pericolo più grande, maggiore rispetto a quello della mafia, rappresentato dal terrorismo”.
Inoltre, l’analisi dei residui esplosivi ha rivelato un legame tra gli attentati, con “una tipologia di esplosivo, che è quella del tritolo, derivante dallo scaricamento degli ordigni utilizzati nel periodo della Seconda guerra mondiale”, trasportato successivamente nel continente da Pietro Carra, che, collaborando con la giustizia, ha confermato “che il dato tecnico del collegamento e della riconducibilità a un’unica fonte ideativa era un dato reale, riconducibile proprio agli appartenenti a Cosa nostra”.  


strage capaci pd

Strage di Capaci 

La quantità di esplosivo impiegato nelle stragi

È un dato di fatto "innegabile" che ci sia stata maggiore attenzione per le stragi del 1992 (Capaci e via D'Amelio) rispetto a quelle del 1993 (Roma, Firenze e Milano).
Un motivo è dovuto al fatto che "gli obiettivi principali del ’92 erano magistrati molto noti, che avevano segnato e che hanno segnato la storia del contrasto al crimine mafioso. Mentre gli obiettivi che nel ’93 e nel ’94 si sono colpiti, e che si volevano colpire, erano costituiti dal patrimonio storico, artistico, monumentale della nazione, peraltro noto non solo in Italia, ma nel mondo intero. Perché colpire la città di Firenze, colpire la città di Roma con le sue basiliche principali, colpire il Museo di Arte Contemporanea a Milano ha un suo significato: sono luoghi simbolo della nostra storia.
Si è voluto colpire anche un noto giornalista che ora è scomparso, Maurizio Costanzo, all'esordio di quella campagna di stragi. Poi si doveva realizzare un attentato il 23 gennaio del 1994 allo Stadio Olimpico e si volevano uccidere decine e decine di carabinieri, quindi un proposito stragista, miracolosamente e fortunatamente, non si è realizzato
". Sono tutte stragi che non sono "proprio conosciute". Per questo è necessario non far calare l'attenzione, specialmente sui dettagli, uno su tutti riguardante il quantitativo di esplosivo impiegato: "È stato trasportato un quantitativo di una tonnellata dalla Sicilia al continente. Quindi la massima potenza di fuoco che mai sia stata realizzata. Un quantitativo di esplosivo di gran lunga superiore rispetto a quello che è stato impiegato per Capaci e via D'Amelio. Un qualcosa che non era mai accaduto nella storia del nostro Paese, perlomeno dal dopoguerra in poi. Un qualcosa che non era mai accaduto nemmeno in Europa. Cioè, impiegare mille chili di esplosivo per fare sette attentati è qualcosa di una portata straordinaria, che dovrebbe essere ricordato in maniera indelebile, non solo per i luoghi dove sono avvenuti i fatti, ma per le famiglie che hanno subito i lutti". 

La mancata perquisizione del covo di Riina

Riina venne catturato a gennaio del 1993 mentre usciva dalla sua villetta e si recava a una riunione alla quale doveva partecipare anche Matteo Messina Denaro e altri leader della mafia della campagna stragista. 
In quella riunione “della Commissione di Cosa nostra – e questa riunione si teneva a casa di Salvatore Biondino – stavano arrivando Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Giovanni Brusca, quasi tutti i capimandamento della provincia di Palermo”. Cosa sarebbe accaduto, chiede il procuratore di Prato nella sua opera, se fosse stato arrestato una volta giunto a destinazione? 


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Salvatore Riina © Shobha 


Sarebbero stati catturati i mandanti delle stragi del '93 e del '94”. E se l'abitazione del capo dei capi, così come quella di Salvatore Biondino, "fossero state perquisite con massima urgenza e simultaneamente all'arresto di Riina, senza far divulgare la notizia dell'arresto, si sarebbe ottenuto quello straordinario risultato. Questo lo diciamo con il senno di poi e dopo aver avuto i contributi ricostruttivi, narrativi, di più collaboratori di giustizia".
Riina, ha ricordato il magistrato durante l'evento, venne arrestato "non per la peculiare capacità investigativa delle nostre forze dell'ordine, ma perché un mafioso, Baldassare Di Maggio, decise di collaborare con la giustizia". 

Il libro "Pentiti" e i collaboratori di giustizia

Nel suo intervento, il procuratore Tescaroli ha sottolineato l’importanza dei collaboratori di giustizia nel contrasto alla mafia, evidenziando il loro ruolo cruciale ma anche la complessità della loro gestione.
Ho scritto anche un libro sui collaboratori, dal titolo ‘Pentiti’, anche se qualcuno mi ha detto che forse si poteva interpretare in questo modo. Però in realtà non sono mancati nemmeno coloro che si sono pentiti per davvero”, ha dichiarato, citando il caso di Antonino Calderone, che “era il fratello del capo della Cosa nostra catanese, ed egli è risultato essere una persona che autenticamente era pentita, aveva rivisitato criticamente la propria precedente esperienza di vita”. Tuttavia, Tescaroli ha precisato che la maggior parte delle collaborazioni ha motivazioni utilitaristiche: “Qualcuno diventa mafioso non per vocazione o attitudine criminale, ma per il contesto in cui vive, e quindi si registrano anche casi in cui le persone che decidono di abbandonare l’organizzazione di appartenenza sentono di avere sbagliato e vogliono intraprendere un nuovo percorso di vita. Ma normalmente non è così: è una questione utilitaristica”. 
Nonostante ciò, ha ribadito che “questo strumento è da ritenersi irrinunciabile, fondamentale, è l’interesse dello Stato, perché lo Stato, con i suoi strumenti, senza i collaboratori di giustizia e i testimoni di giustizia, non riesce a ottenere i risultati che sono stati ottenuti”. Parlando delle stragi, Tescaroli ha evidenziato il ruolo dei collaboratori come “l’asse portante sul piano probatorio per le condanne”, citando figure come Emanuele Di Natale e Gaspare Spatuzza, ma soprattutto i fratelli Graviano, che “hanno svolto un ruolo nevralgico nell’economia ideativa, organizzativa ed esecutiva delle stragi” e “hanno finanziato la campagna di stragi”. 
Per Tescaroli, una loro eventuale collaborazione potrebbe portare a “una svolta, sia pure a distanza di così tanti anni e rispetto a quelle stragi, sulle conoscenze che avvolgono questi attentati”, a patto che vi sia “una volontà dello Stato per ottenere delle collaborazioni”.  


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Foto di copertina © Paolo Bassani 

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