C'è chi cerca la verità e chi depista, chi agisce secondo la legge e chi secondo il proprio arbitrio, la fedeltà alla Repubblica contro il tradimento.
È la storia di una guerra truccata quella raccontata dal giornalista Stefano Baudino e dal co-autore Heiner Koenig nel libro "Stato-Mafia: La guerra dei trent'anni" edito da PaperFirst. Truccata perché da una parte ci sono integerrimi magistrati come Roberto Scarpinato, Nino Di Matteo, Gian Carlo Caselli, Antonio Ingroia e dall'altra un sistema che nega, uccide con le carte bollate o con il tritolo, che tenta di riscrivere la storia cancellando verità faticosamente conquistate.
L’autore, attraverso una narrazione ben documentata, ripercorre le vicende legate alle indagini della Procura di Palermo, evidenziando le difficoltà incontrate dai magistrati nel contrastare un sistema criminale profondamente radicato e protetto da connivenze politico-istituzionali attraverso inchieste e processi come quello sulla Trattativa Stato - Mafia; che ci fu, nonostante i pennivendoli e le menzogne raccontate a più riprese anche da ex imputati, Ministri e rappresentanti di partiti di governo.
Nell'opera viene citato il libro scritto dal magistrato Nino Di Matteo e dal giornalista e scrittore Saverio Lodato "Il colpo di spugna", edito da Fuori Scena.
In estrema sintesi nel libro Di Matteo critica la sentenza della Cassazione che ha chiuso il processo sulla Trattativa Stato-mafia, accusandola di riscrivere i fatti invece di limitarsi al controllo di legittimità. Il sostituto procuratore nazionale antimafia ha sottolineando che la Corte ha ignorato prove come le dichiarazioni del ministro Conso e dell’ex presidente Napolitano, che confermavano la percezione di una minaccia mafiosa nel 1993. Oltre a questo il giornalista Baudino ha dedicato un'ampia parte al presente: come ad esempio l’esclusione organizzata di Scarpinato dalla Commissione Antimafia e le manovre per screditare i magistrati come Gioacchino Natoli attraverso accuse di insabbiamento e favoreggiamento alla mafia.
Questo aspetto rende il testo non solo una cronaca giudiziaria, ma anche una riflessione sull’opacità di certi meccanismi istituzionali e mediatici. Baudino ha evidenziato anche l’importanza strategica dei collaboratori di giustizia, definiti da Caselli un “siluro sotto la linea di galleggiamento di Cosa nostra”. La gestione dei pentiti durante il mandato di Caselli emerge come un punto di svolta nella lotta alla mafia, con risultati concreti come i sequestri di beni e gli arresti di boss stragisti di spicco, come i fratelli Graviano.
Ma certamente non c'è solo mafia nell'insanguinata storia d'Italia: gli ex ufficiali dell’Arma Mario Mori e Giuseppe De Donno fecero la trattativa, dato accertato, così come è accertata la presenza dell’eversione nera; materia minuziosamente trattata nelle sentenze sulla strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e non solo. Figura centrale è Paolo Bellini "punto di tramite tra ambienti dei servizi, carabinieri, eversione di destra e mafia" si legge.
L'ex avanguardista è stato condannato in via definitiva per la strage del 2 agosto confermando così le verità finora emerse durante il primo e il secondo grado. Verità che legano indissolubilmente la mafia, l'eversione nera e la stagione stragista. Il grande contenitore dei segreti rimane ovviamente l'agenda rossa del giudice Paolo Borsellino: un'agenda che contiene "materiale potenzialmente dirompente" come "lo testimoniano le parole di alcuni tra i più stretti collaboratori di Borsellino, tutte convergenti".
Ma anziché concentrarsi nel trovare le risposte il fronte antimafia si rompe sempre di più in favore di ipotesi tanto fantasiose quanto assurde, come quella sull'ampolloso dossier Mafia-Appalti, da alcuni considerato il Vangelo, la nuova scrittura che conterrebbe tutte le rispose alla strage di Via d'Amelio.
Intanto la borsa di Paolo Borsellino è stata esposta alla Camera, vuota: il trofeo perfetto dello Stato-Mafia.
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