Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

Marco Toffaloni (alias Franco Maria Muller) “era un camerata duro, determinato, tendente ad imporsi, capace di usare la violenza fisica contro cose e persone, profondamente convinto dell’ideologia nazifascista e della sua superiorità”.
Sono queste le parole dei giudici del Tribunale dei Minori di Brescia (presidente Federico Allegri) nelle 337 pagine di motivazioni della sentenza con la quale il 3 aprile di quest’anno è stato condannato in primo grado Marco Toffaloni (all’epoca minorenne) come uno degli esecutori della strage di Brescia del 28 maggio 1974.
Toffaloni per i pm era stato l'"esecutore materiale" della strage: avrebbe messo lui nel cestino la bomba, di matrice neofascista, che uccise dieci persone assieme a Roberto Zorzi, imputato in un processo in corso davanti alla Corte d'Assise. Per i giudici Toffaloni ha preso parte “a consessi nei quali l’organizzazione di iniziative di matrice terroristica si svolgeva alla presenza di esponenti delle forze dell’ordine (si pensi alla caserma di Parona dove, stando a Ombretta Giacomazzi, i presenti concertavano l’attentato al Blue Note davanti al capitano Delfino, Selvaggi e Pignatelli) e se tale contesto può averlo indotto a ritenere, correttamente, che alcuni di loro condividessero obiettivi e strategie del gruppo eversivo di estrema destra di cui faceva parte”.
Inoltre per il Tribunale, questo “in nessuno modo esclude la piena capacità e maturità di comprendere, da parte di Toffaloni, il disvalore dei reati infine commessi”.
“Aveva disponibilità di armi e le usava, anche al poligono di tiro di Verona, al quale era iscritto pure Carlo Digilio, il confezionatore della bomba” esplosa in piazza Loggia; e “da anni ha trovato riparo nella Confederazione Elvetica, va e viene dall’Italia di nascosto, ha il terrore del telefono: nelle rarissime occasioni in cui è stato intercettato ha dimostrato di temere molto l’indagine che ha portato a questo processo, cercando un contatto con i familiari prima che fossero sentiti, poi ordinando loro di non collaborare con gli inquirenti”. Secondo quanto riportato nelle motivazioni della sentenza “l’ipotesi accusatoria si fonda essenzialmente su cinque fonti di prova che il Collegio è chiamato a valutare dapprima partitamente e poi nell'ambito di una lettura congiunta e organica: la sentenza Conforti, la fotografia della piazza e le valutazioni peritali ad essa afferenti, le dichiarazioni di Gianpaolo Stimamiglio, le dichiarazioni di Ombretta Giacomazzi, il complesso delle altre risultanze testimoniali e documentali. A questi cinque elementi, invero, se ne aggiunge un sesto, ‘negativo’ in quanto costituito da una mancanza e cioè dalla assenza di qualsiasi versione alternativa da parte del Toffaloni”.
In sostanza è sempre rimasto in silenzio. E “questo non solo nella fase delle indagini preliminari; ma disposto il rinvio a giudizio, l'imputato ha scelto non solo di non presentarsi al processo, come suo diritto, ma anche di restare sordo agli inviti a presentarsi a lui diretti dal Tribunale”.
Molta rilevanza viene data alla fotografia che, sulla base di una perizia, ritrae Marco Toffaloni in piazza Loggia, nelle ore successive all'eccidio. “Senza avere una finalità particolare Toffaloni a Brescia non sarebbe venuto”.
Inoltre “è certamente vero, in astratto, che la presenza sul luogo del delitto non è, di per sé, prova della responsabilità dell'imputato; ma nel caso di specie tale circostanza di fatto rivela una straordinaria capacità probatoria ove la si integri nel complessivo compendio probatorio che raggiunge il Toffaloni. Tanto più che quest'ultimo non ha voluto fornire una spiegazione alternativa a tale presenza, che, invero, appare del tutto incomprensibile ove si consideri che Toffaloni viveva a settanta chilometri da Brescia e che quindi non poteva essere certo in transito casuale per la piazza; che egli, per essere presente a Brescia, dovette anche marinare la scuola di nascosto dalla famiglia e quindi ebbe di sicuro un forte motivo per farlo; che egli era poco meno che diciassettenne e non aveva suoi automezzi, sicché qualcuno lo dovette trasportare da Verona a Brescia e da Brescia a Verona; che in piazza della Loggia era in corso una manifestazione sindacale di lavoratori antifascisti in risposta al crescendo di atti di violenza messi a segno dalle formazioni neofasciste, di talché è da scartare l'ipotesi che Toffaloni condividesse le ragioni dei manifestanti e avesse un interesse a partecipare alla manifestazione che non fosse quello di opporsi violentemente all'evento”.

Foto © ACFB 

ARTICOLI CORRELATI 

Strage piazza della Loggia: Marco Toffaloni condannato a 30 anni come esecutore materiale 

Strage di Brescia: sentenza prevista nel pomeriggio per Marco Toffaloni 

Strage di Piazza della Loggia: la Svizzera nega il trasferimento di Marco Toffaloni in Italia 
  

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy

Stock Photos provided by our partner Depositphotos