De Simone: ''La diga genovese è ‘dual use’, consentirà anche sbarco di navi Nato e strumenti e truppe''
Oltre al ponte sullo Stretto di Messina, il governo italiano punta a includere anche la nuova diga foranea del porto di Genova tra le infrastrutture in grado di contribuire al raggiungimento dell’obiettivo NATO di destinare il 5% del PIL alle spese militari entro il 2035. Di questo 5%, una quota pari all’1,5% potrà essere rappresentata da opere a uso “duale”, ossia con potenziale sia civile che militare.
Su questa linea si inserisce la diga genovese, come anticipato da Il Fatto Quotidiano, una maxi-opera da 1,3 miliardi di euro (già lievitati a 1,6 miliardi nonostante i lavori siano fermi sotto il 10%) concepita per ampliare la capacità del porto. La sua funzione strategica è stata resa ufficiale: “È un’infrastruttura ‘dual use’. Progettata per scopi mercantili, in caso di crisi (bellica, ndr) sarà utile perché consente lo sbarco di portaerei leggere, navi Nato e strumenti e truppe”, ha dichiarato Carlo De Simone, sub-commissario dell’opera, durante una trasmissione televisiva. La posizione del commissario principale, Marco Bucci, presidente della Regione Liguria, resta defilata.
La spiegazione, però, lascia perplessi. Le portaerei Nato, anche le più grandi, sono generalmente più piccole delle portacontainer che già oggi attraccano regolarmente a Genova, rendendo l’esigenza di una nuova diga di dubbia giustificazione militare. Senza contare che a meno di 50 miglia nautiche sorge già una delle principali basi della Marina militare, quella di La Spezia. “La military mobility è un programma dell’Unione europea per facilitare gli spostamenti rapidi di truppe e contingenti all’interno dell’Europa – ha aggiunto De Simone –. La diga può contribuire al tetto di spesa del 5% perché è un investimento infrastrutturale con funzionalità duale”.
La svolta militare dell’opera ha acceso la polemica politica. “Ora Genova rischia di diventare un obiettivo sensibile dal punto di vista militare. L’opera di per sé ha enormi criticità, mai correttamente gestite. Se ora sarà anche ‘tinta’ di verde militare, oltre al danno si aggiungerà la beffa. Il governo ha il dovere di chiarire questo disegno surreale”, hanno dichiarato i parlamentari del Movimento 5 Stelle Roberto Traversi e Luca Pirondini, annunciando un’interrogazione in aula.
L’obiettivo dichiarato è contribuire alla soglia del 5%, ma dietro potrebbe celarsi anche un’esigenza di reperire fondi e aggirare vincoli burocratici. L’opera, sostenuta in parte con 800 milioni del fondo complementare al PNRR, ha infatti incontrato non pochi ostacoli finanziari. Solo un ulteriore stanziamento da 142 milioni concesso dal governo Bucci ha consentito di far fronte agli extra-costi emersi e bandire la seconda fase dell’appalto, la cui prima parte – vinta da un consorzio guidato da Webuild – è attualmente al vaglio della Procura europea per sospetti di scarsa trasparenza.
Elementi opachi non mancano. La gara relativa alla Fase B è stata pubblicata senza allegati progettuali né capitolato tecnico. Da anni, inoltre, Bucci e l’Autorità portuale si rifiutano di rendere pubblici i documenti relativi al contenzioso con Webuild, già costato 300 milioni di euro all’amministrazione, né si conoscono i risultati dei test sul consolidamento dei fondali, da sempre considerati uno dei punti critici del progetto.
Fonte: ilfattoquotidiano.it
Foto © Imagoeconomica
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